Un impreciso ma utile itinerario birmano

§ giugno 27th, 2014 § Filed under Viaggi § Tagged , , , , , , , , § No Comments

Tracciare una mappa dei luoghi in cui si è stati è un po’ come rivivere il viaggio.

Creare la mappa della Birmania è un po’ come rivivere il senso di smarrimento del viaggio. Ho provato a cercare hotel in mezzo all’acqua, templi in mezzo ai monti, fermate del pullman in mezzo al nulla: alla fine mi sono dovuto rassegnare a piazzare i marker dove più o meno me li ricordo. E’ comunque molto di più di quello che sapevamo noi quando siamo partiti e quindi spero sia utile.

 

Potrei avere sbagliato di qualche chilometro, ma in Birmania non bisogna avere troppa fretta, o bisogna sperare che gli orologi funziono tutti allo stesso modo.

Orologio birmano

Elenco di persone che ho incontrato in Birmania

§ maggio 21st, 2014 § Filed under Viaggi § Tagged , , , , , , , § No Comments

Quando sono arrivato in Birmania non avevo nemmeno un’immagine nota davanti agli occhi. Tutto quello che avevo in mente erano la foto di The Lady e i disegni verdastri sulla pagine di Delisle, le sue camminate col passeggino tra file di monaci, vicini curiosi ed esotiche pagode. Ammetto che per un po’ ho faticato a formarmi un’idea visiva del posto che stavo attraversando. Le città non aiutano: Yangoon è una capitale confusa attorno a una bellissima pagoda, di Mandalay, nonostante il nome poetico, ho un ricordo rumoroso e afoso. Nemmeno il cibo aiuta a sentirsi parte di un luogo: non c’è nessun particolare odore evocativo e colore dominante, tanti curry tutti uguali, con alcune oasi di piacere che ricordo con affetto, ma che sembrano quasi decontestualizzate.   Poi ho iniziato a sentire la forza delle persone che incontravo, dei volti che rendevano i luoghi diversi da come li stavo vedendo, delle parole che mi aprivano a nuove idee e nuove immagini.

Golden Rock, 22 dicembre, i pellegrini che volevano una foto: Siamo in un luogo sacro, frequentato quasi solo da buddhisti che si accampano lì tutto il giorno a non fare praticamente niente, se non ad ammirare la Roccia d’Oro e ad attaccare fogli d’oro sulla sua superficie. Ci sediamo sui gradini sotto la roccia, dove quasi tutti scattano fotografie per immortalare l’oro contro il verde delle montagne. Un ragazzo birmano, di qualche etnia che non distinguiamo, alcuni gradini sotto di noi si sta facendo fare una foto dagli amici. Si sposta un po’. Poi un altro po’. Ci accorgiamo che si sta spostando lentamente per fare sì che anche noi siamo nella foto. Sorridiamo al fotografo. Tutti gli amici iniziano a saltellare entusiasti. Il più coraggioso inizia a salire verso di noi e tutti gli altri gli vanno dietro. In 5 secondi siamo circondati da una decina di ragazzi. Lo dico con onestà, sono così brutti con i denti rovinati e rossi, l’odore incredibile di Betel, i vestiti di una finta marca italiana, Giorenzo, con loghi e scritte giganteschi. Se qualcuno mi taggasse su Facebook dovrei disiscrivermi. Si stringono intorno a noi, ci abbracciano, cambiano posizione e ognuno vuole la foto con il suo cellulare. Qualcuno parla un po’ di inglese e ci chiede da dove veniamo. Ah, Italy! Totti. Sì, Totti. In alto le persone strofinano l’oro sulla roccia e lasciano cadere piccoli fogli colorati.

Bagan, 28 dicembre, il signore che avvolgeva la lacca: Ci fermiamo con la bici davanti a uno negozio che vende lacca. E’ buio, dentro ci sono pochi turisti, nel retrobottega alcuni uomini fumano, altri sono davanti a un piccolo televisore a guardare un vecchio film americano, alcune donne bevono the. Il proprietario del negozio prende i nostri vassoi, si siede per terra e inizia ad avvolgere tutto nella carta. Dietro di lui c’è un grande paravento con l’immagine di Aung Sang Suu Kyi: è giovane, sorride, ha un fiore nei capelli. Il signore ci guarda, ci dice che The Lady è la speranza della Birmania e che è emozionato per le elezioni che ci saranno. Gli chiedo se Suu Kyi potrà vincere e lui mi dice che si sono inventanti una legge per non farla diventare primo ministro: nessun primo ministro può essere sposato con uno straniero e lei è vedova di un inglese. Ha gli occhi pieni di speranza e la voce di un disilluso. Sul paravento è appeso un cartello: “Please, no photos”.

Kalaw, 30 dicembre, la monaca che preparava l’aperitivo: Non è una delle principali attrazioni del posto, ma andiamo al monastero solo perché a Kalaw non c’è molto da fare nell’attesa del trekking. E’ fine giornata, il pavimento su cui dobbiamo camminare è freddo, ci sono vari cani che dormono, la porta è chiusa. Una signora ci vede e ci fa conduce fino a una porta aperta. Entriamo nella pagoda. Sulla destra un monaco fa esercizi spirituali. Una coppia di birmani con un bambino è seduta a terra a pregare. Sulla sinistra ci sono 3 donne che parlano animatamente, una è una monaca con davanti una scodella di riso, cibo e the. Ci invitano a sederci. Appena lo facciamo la monaca riempie alcune ciotole a una signora ce le porta. Non sappiamo bene cosa dobbiamo fare, la monaca ci fa capire che possiamo stare lì con loro tranquillamente, finché ci va. Beviamo il the, stiamo in silenzio un po’, senza fare nulla. Non stiamo meditando, stiamo semplicemente godendo della quiete di fine giornata. La monaca in realtà non smette mai di intrattenere le signore intorno a lei, deve avere tra le mani una storia piuttosto divertente. Sulla sfondo la statua del Buddha nella posizione del loto e la solita incredibile corona di luci colorati, intermittenti e sfarfallanti che sono la cosa meno sacra che ho mai visto in vita mia.

Lago Inle, 1 gennaio, la donna che illuminava il lago: Un uomo e sua moglie sono fermi al porto del lago Inle e offrono trasporti in barca ai turisti. Lui diventa il nostro pilota per due giorni, con le sue battute in inglese stentato, i suoi pisolini mentre ci aspetta e i denti rossi per il betel; lei risponde al telefono, contratta i soldi e organizza tutto. Abbiamo fatto tardi e dobbiamo tornare in albergo, in mezzo al lago. Per qualche soldi in più ci fanno fare anche quest’ultima tratta. Non c’è nessuno nel lago di notte, il silenzio è totale, come il buio. Lui si mette dietro, al motore, lei davanti con una torcia illumina il lago, dove di notte salgono in superficie nuvole di alghe che possono bloccare le barche. Siamo tutti avvolti da coperte, noi guardiamo le stelle così grandi, loro il lago. Lei si volta verso di noi, e con la torcia illumina una casa sulla riva. E’ la nostra casa, dice allegra, è in costruzione, la stiamo ingrandendo. E’ una casa come tante, ma la illumina a lungo, muovendo la torcia per farcela vedere bene. Il marito rallenta un po’ il motore e in tutto quel lago meraviglioso è l’unica cosa che ci chiedono di guardare. Sono orgogliosi di avere una casa che sta diventando più grande. Più avanti finiamo in un banco d’alghe, lei prende un remo e le sposta un po’ alla volta, mentre lui alza il motore e rema per farci uscire da lì.

Lago Inle, 3 gennaio, il ragazzo che aspettava l’autobus: Siamo fermi su una strada che non conosciamo, in mezzo a decine di turisti con in mano il biglietto di un pullman e altrettanti birmani con diversi biglietti. La strada è buia e polverosa, i pullman arrivano, si fermano un paio di minuti, bisogna controllare che abbiano lo stesso nome che c’è sul biglietto e si sale. Accanto a noi c’è un ragazzo birmano, vestito come un occidentale, che ci guarda e sorride. Siete italiani? Sì, ragazzo, capisci l’italiano? Ho avuto un ragazzo italiano. Così, in un posto che dovrebbe essere una fermata di pullman e in realtà è solo una strada, questo ragazzo ci dice una cosa di sè che mi sembra così decontestualizzata.  Si può parlare di omosessualità in Birmania? Se ti sente qualcuno, è un problema per te? Il ragazzo è nel nostro stesso pullman, seduto una fila davanti a noi, si gira spesso, sorride quando dividiamo le cuffie per ascoltare musica, ci traduce quello che dice l’autista e l’improbabile hostess. Quando scendiamo per cenare ci dice che lui studia, è di Yangon, sta girando il paese come turista, il ragazzo era di Roma, gli piacerebbe tanto venire in Italia: he liked me so much. Ci chiede se vogliamo fare colazione insieme quando arriviamo a destinazione. Poi noi arriviamo a destinazione prima di lui e ci dicono di scendere. Ci guardiamo dispiaciuti. E’ l’alba, sorride un’altra volta e poi torna a dormire.

London for One: da soli e godersela

§ marzo 4th, 2014 § Filed under Viaggi § Tagged , , , , , , , , , , , , § No Comments

London for One” è una sorta di guida che ho creato per chi si trova a Londra da solo e non vuole rinunciare a godersi la città tra visite, passeggiate e soprattutto ristoranti.
Quando si viaggia in compagnia non è difficile trovare consigli su ristorantini a lume di candela per due, su posti in cui fare baldoria con amici, su ambienti family-friendly.
In città come Londra, però, ci si trova spesso per piacere o per lavoro o per casualità anche da soli. Perché dobbiamo restare in albergo a guardare un po’ di TV o cenare nel primo ristorante dietro l’angolo invece che nel migliore?
Stando a Londra vari mesi per conto mio mi sono accorto che non tutti gli ambienti sono adeguati a una persona da sola e ho iniziato ad appuntarmi quelli in cui mi sono sentito a mio agio a leggere, a mangiare, a camminare, a perdere tempo.
E’ una lista personale, incentrata sulla zona in cui ho vissuto e lavorato, con una particolare attenzione ai ristoranti, che sono spesso la situazione più “imbarazzante” per chi vuole mangiare bene, ma non ha compagnia.

Ho consigliato anche alcuni posti come i musei che sono naturalmente adatti ai viaggiatori solitari, ma li ho selezionati pensando ad altri luoghi a loro vicini e che possono facilmente abbinati, come caffetterie e parchi.

Mi piacerebbe continuare ad arricchire questa guida anche in futuro, raccogliendo anche i consigli di altri viaggiatori.

London For One è su Everplaces, un bellissimo servizio di localizzazione che ho conosciuto grazie all’esimia Tostoini.

 

 

Il post in cui faccio come Monocle e confronto Milano e Londra

§ gennaio 15th, 2014 § Filed under Viaggi § Tagged , , , , , , , , § No Comments

Scena tipica delle mie giornata londinesi: vari Italiani intorno a un tavolo, varie quantità di alcol di varia provenienza – dal Pimm’s al prosecco al sidro alla birra al vino – l’occhio acuto e la lingua tagliente nel giudicare gli inglesi che ci circondano. Si parla di persone, trasporti, culture, tempo libero, ristoranti, l’essere giovani, l’essere vecchi, l’umidità, i topi, le zanzare, la vita. Si confrontano città, si cerca il posto giusto in cui stare, almeno per un po’. Questo post è una sfida tra Milano, la città in cui per ora risiedo, e Londra, città in cui ho vissuto per 4 mesi, in cui si prendono punti in categorie completamente casuali, soggettive e arbitrarie, e in quanto tali infallibili. Diffido di chi sceglie le proprie città elettive basandosi sulla ragione.

Tutti nudi, ma non troppo: segna Londra con pudore

La presenza di un qualunque estraneo (se non proprio di un qualunque essere umano) rende l’inglese estremamente cauto e incredibilmente goffo. I contesti in cui si è forzati a stare a contatto con gli altri e in cui non si beve alcol sono dei piccoli grattacapi sociali. Prendiamo lo spogliatoio di una palestra, dove bisogna stare a contatto con estranei discinti e sudati. Sembra che agli italiani appena entrati nello spogliatoio i vestiti esplodano di dosso: le persone fanno infinite camminate nudi salutando a destra e sinistra come sulla Croisette, si pesano come davanti a nostro Signore e con dietro tutti gli altri, si contemplano, si analizzano e perlustrano senza problemi allo specchio, soprattutto fanno amabili chiacchierate in presenza dei rispettivi augelli. Lo spogliatoio inglese al contrario sembra il Cirque du Soleil degli acrobati con l’asciugamano, è la gara a chi mostra meno carne, si indugia molto meno tra le rispettive nudità e tutto viene svolto molto in fretta evitando il più possibile il contatto visivo. Non credo sia una differenza di disinibizione sessuale, piuttosto noi siamo una cultura di narcisismo fisico e quindi sbattiamo in faccia a chiunque l’orgoglio del nostro corpo, mentre per gli inglesi è meglio abbandonare alla svelta un campo minato di corpi e interazioni. Preferisco contemplare i risultati dello sport a casa e avere da condividere un luogo più sereno per timidi, complessati, minoranze.

Le mie prove sul campo: Regent’s Health Club e Get Fit di via Piacenza. 

Interessarsi agli estranei: segna Londra, Milano colpisce un palo

Quando si fa turismo a Londra bisognerebbe stare seduti un’ora su una panchina e godere lo spettacolo della varietà di persone che ti passano costantemente sotto gli occhi. Sessi, razze, gusti, stili, atteggiamenti, culture, storie. Stare in mezzo alla gente a Londra è di per sé una ginnastica mentale che richiede di abbandonare i pregiudizi, di limitare le aspettative e di lasciare che ognuno parli per se stesso. C’è molta vitalità in una città in cui non riesci a prevedere le persone con cui dovrai interagire, dal lavoro, agli uffici pubblici, ai vicini al cinema. Un esempio quotidiano: entri in un bar e non sai chi ti servirà, come pronuncerà quello che ti vuole chiedere, quanto rapidamente vi capirete. Tutta questa vitalità porta però anche a molta volatilità: difficile incontrare due volte la stessa persona come in Italia, in cui il bravo barista sa quello che vuoi, ti saluta riconoscendoti, si accorge se per un po’ di tempo non vai. L’incredibile turn over di persone ti fa sentire in un posto sempre diverso e ti apre la mente, ma non può garantire quel calore umano che richiede un po’ di costanza e che alla fine ti dà la sensazione di appartenere.

Le mie prove sul campo: da Carluccio sotto casa ho incontrato persone bellissime, ma mi hanno chiesto mille volte la stessa cosa, mentre il mio barista di via Crema sa che prendo il cappuccino col cacao.

La cultura dà da mangiare: goleada londinese

Londra è letteralmente invasa di manifesti di spettacoli teatrali, film in uscita, album in lancio, mostre attesissime. E le persone ci vanno. Certo, essere in un’economia sana stimola a spendere di più per il tempo libero, ma non è solo una questione di soldi, bensì di mentalità e organizzazione. Prima di tutto riuscire a partecipare a una qualsiasi manifestazione culturale a Londra è molto più facile che a Milano: tutto è acquistabile online, non ci sono processi di ritiro insensati, non ci sono costi nascosti e inspiegabili, non ci sono spettacoli riservati ai ricchi, agli abbonati, agli amici di. Chiunque abbia mai provato ad acquistare un biglietto per la lirica in Italia, ad esempio, sa quanto possa essere frustrante, costoso e senza alcuna certezza del risultato (dopo ore passate a navigare siti non chiari). I teatri londinesi rinnovano gli ambienti, fanno offerte, creano prezzi per tutti, investono in spettacoli classici, in nuove produzioni, in classici tecnologicamente rivisitati. I cinema sbucano ovunque, anche sui tetti, creano simpaticissime serate a tema, ti permettono di mangiare e bere in sala qualsiasi cosa. I musei inglesi sono dei luoghi aperti in cui la gente si mette per terra a disegnare, in cui si possono scattare foto, in cui si possono addirittura toccare gli oggetti. Il successo della cultura non sta solo nella quantità di soldi che girano, ma anche nella capacità di renderla facile, diffusa ed estremamente varia.

Le mie prove sul campo: i posti in piedi da £5 per i BBC Proms, la frustrazione di prendere i biglietti a La Scala.

È tardi! È tardi! Bisogna correre: Milano segna su calcio piazzato

Ammettere di avere tempo è il più grave peccato della società moderna. Non hai troppo da fare? Sei un perdente. Più grande è la città in cui si vive, maggiore è la retorica della scarsità di tempo. Oggi viviamo una tensione tra il numero potenzialmente infinito di opportunità e cose da fare che la tecnologia ci porta a conoscere e ci rende a finta portata di mano, e il numero per sempre fisso di ore che abbiamo a disposizione: da questo contrasto nasce l’ansia di non avere tempo, che a New York diventa addirittura FOMA. Bisogna così ingegnarsi anche per fare sport. A Londra la gente letteralmente corre al lavoro. Tante persone che praticano il running non vanno a correre, si docciano a casa e vanno a lavorare (o viceversa), ma rendono il tragitto da casa al lavoro il loro percorso sportivo. Questo significa che i runner londinesi corrono con grandi zaini pieni del cambio e delle cose per lavorare e all’inizio danno tutti l’impressione di persone che hanno dovuto abbandonare la propria casa in fretta e furia e stanno fuggendo. Ad aggiungere buffezza alla scena i londinesi hanno anche delle bottigliette d’acqua con manico per bere continuamente: si sa che a Londra l’idratazione è un problema… Correre in mezzo al traffico con lo zaino e una bottiglietta in mano è da pazzi, end of the story: preferisco i frettolosi milanesi che trovano ancora il tempo per passare per casa e si inventano percorsi in striminzite aree verdi.

Le mie prove sul campo: Euston Road con i runner nel traffico in una città di parchi, Parco Ravizza con i runner che fanno mille volte lo stesso piccolo percorso.

Mangiare con le stelle: inaspettato gol inglese (Ndr ricordarsi che nessuno batte New York)

In una grande città in cui il tempo scarseggia, non si può sbagliare nulla e certamente non si vuole sbagliare il ristorante o peggio ancora il piatto che si ordina. A Londra tutto è recensito, stellato e commentato: non si scopre mai veramente un ristorante, si nota che molta gente gli sta dando un buon voto. In una città in cui l’offerta è così varia e i ristoranti aprono, si evolvono o chiudono nell’arco di poco tempo questo proliferare di opinioni è utile e stimolante: l’app del TimeOut è un punto di riferimento, TopTable ti chiede una recensione sui ristoranti che hai prenotato online, Foursquare è pieno di utili tips. Nel complesso tutta questa produzione di contenuti invoglia molto a provare nuovi ristoranti e cucine e contribuisce a tenere una città molto viva. Anche a Milano si mangiano bene piatti molto diversi, ma trovo meno immediato scovare le novità e incuriosirmi. Poi certo la voglia di una vita culinaria stellata crea anche delle inaspettate interazioni nei ristoranti. A Londra, proprio dove le relazioni sociali vengono subite e mai provocate, i camerieri sono stranamente socievoli: “complimenti ottima scelta”, “è il mio piatto preferito”, “avete ordinato le cose migliori”. All’inizio pensavo davvero di essere un asso del menu poi ho capito che è la pressione sociale di fare tutto al meglio, come da recensione, a rendere i camerieri così rassicuranti. Forse non è un caso che l’ultima tendenza dei ristoranti londinesi sia il menu di 4 righe, né fisso né alla carte, semplicemente ridotto all’osso. In un posto senza tempo e pieno di opinioni, datemi solo quello che merita veramente e fatemi vivere la migliore esperienza di tutti.

Le mie prove sul campo: a Londra sceglievo dove andare a mangiare mentre camminavo per strada usando l’iPhone, a Milano tendo ad andare sempre nei miei punti di riferimento.

Il pendolarismo fa l’uomo cattivo: sorprendente pareggio.

Degli Inglesi si dice sempre “signora mia, come fanno bene le file loro. Tutti ordinati e rispettosi e che occhiatacce se ti comporti male”. Certo, nei musei, nei bar, alla fermata dell’autobus. Sottoterra invece The Hunger Games. Ho preso metro in tutto il mondo e davvero mai come a Londra ho notato tutti insieme i grandi tabù del passeggero metropolitano: salgono prima che gli altri siano scesi, non si distribuiscono nello spazio, ma si piazzano in mezzo e oltretutto sono inamovibili, nessuno scende mai per agevolare gli altri. Scene che a Milano ancora sollevano indignazione, occhiatacce, commenti ad alta voce e tweet polemici a Londra sono ormai ignorati ed accettati, segno di imbruttimento diffuso. La verità è che in una città così estesa in cui le persone passano letteralmente la vita sui mezzi pubblici e in cui vige una regola ferrea per cui qualsiasi spostamento richiede almeno 45minuti, si diventa più duri e ognuno è un potenziale nemico. Perché non vince Milano? Perché i trasporti pubblici di Londra sono comunque eccezionali. Servizi che mi hanno commosso: l’applicazione per gli spostamenti in metro (TubeMap), la mail del giovedì dei trasporti di Londra con le informazioni relative al weekend, le fermate dell’autobus con indicata la direzione degli autobus e la mappa delle fermate vicine e di tutti i principali collegamenti. Le mie prove sul campo: le spallate date nelle principali stazioni, gli innumerevoli autobus “on diversion”, su cui però non mi sono mai perso.

Ovviamente il bello delle sfide casuali, soggettive e arbitrarie è che uno poi è libero di ignorare il verdetto o aggiungere altre categorie a caso per truccare il risultato. Certo il dubbio mi rimane.

Ringrazio per le chiacchiere, i commenti, i confronti e le cattiverie: Francesca, Richard, Serenella, Mauro, Sara, Matthew, Fabio, Bianca, Matteo, Adelaide, Carmelo, Silvio, Giorgio, Roberta, Federico, Amanda.

Appunti visivi dal Carnevale di Notting Hill

§ agosto 29th, 2013 § Filed under Viaggi § Tagged , , , , , , , § No Comments

Una volta Gianni Clerici, commentando una non memorabile partita di tennis, ha iniziato una delle sue famosi digressioni su tutt’altro argomento. Alla fine del racconto ha ammesso candidamente di non avere idea se questo fosse vero o no, ma che non bisogna mai rovinare una bella storia con la verità.

Ecco, faccio sempre tesoro di tale insegnamento quando qualcuno mi racconta una storia che mi piace: non pretendo che sia tutto vero e mi metto comodo comodo in ascolto.

“Ma tu sai perchè a Londra si festeggia ad agosto un carnevale con musiche e balli caraibici?”

“No”

“Negli anni ’60 a Notting Hill cominciò un periodo di notevole violenza di origine razziale per le strade. Gruppi di neri e gruppi di bianchi misero a ferro e fuoco le strade, segnando moltissimo una zona così pacifica, tranquilla e elegante come Notting Hill. Pare che le immagini dell’epoca siano davvero incredibili per chi le guardi oggi e si immagina le strade in cui successe. Il Carnevale nacque come festa spontanea (all’inizio si teneva addirittura al coperto) e catartica per celebrare la fine di quel periodo, un’occasione per festeggiare tutti insieme la cultura delle popolazioni afro-americane e l’integrazione razziale.”

[Non so quanto questo racconto sia esatto, potrei controllare su Wikipedia, rimango fedele alla regola delle storie che mi piacciono].

A me questo Carnevale di agosto, tra le strette ed eleganti vie di Notting Hill, è sembrato proprio così: un festoso, eccessivo, pacchiano e travolgente momento di integrazione.

Ogni gruppo, con i suoi costumi, i suoi musicisti e ballerini è più un invito a partecipare che non a ammirare.

Persone con la musica nelle vene accanto a goffi  o pigri figuranti, fisici scolpiti a stretto contatto con gioiosi corpi debordanti, giovani nel fiore degli anni che cedono il passo a persone che di carnevali ne devono avere visti.

Notting Hill Carnival Parade  IMG_7242

Tutto parte come una vera parata di ballo e sartoria, poi metti insieme tanta bellezza, tanti corpi, tanto ritmo ossessivo, tanto alcol e il ballo diventa sempre più stretto, il movimento più ondoso e la voglia più evidente.

Diciamo che si passa dal “guarda come te la ballo” a “guarda dove  te l’appoggio”, che può essere anche “guarda dove me lo metto”, perché l’integrazione è totale e uomini e donne si comportano allo stesso modo.

Carnival of Notting Hill, Parade  Carnival of Notting Hill, Parade

 

Carnival of Notting Hill, Parade  Carnival of Notting Hill, Parade

Intorno turisti, londinesi, inglesi, persone che semplicemente abitano nella zona che iniziano timidi, fanno qualche foto, poi si lanciano nelle danze, seguono il corteo, si disperdono, provano il primo timido appoggio, il secondo è già più deciso, salgono sui tetti, si mascherano, si mettono in posa.

Carnival of Notting Hill, Parade  Carnival of Notting Hill, Parade  Carnival of Notting Hill, Parade  Carnival of Notting Hill, Parade

Il tutto bevendo, bevendo, bevendo e mangiando lo stesso cibo di strada che si mangia in tutto il mondo, l’unico verso segno spontaneo e tangibile della globalizzazione: la pannocchia.

Col senno di poi, il grande panico che sembrano avere nel quartiere per il Carnevale mi è sembrato un ottimo distillato di spirito inglese: un modo per organizzare tutto, per lamentarsi di tutto (che gli inglesi siano, a modo loro, degli infiniti e innocui brontoloni, lo sostiene l’antropologa Kate Fox) e creare tanto bel chitchat.

Così la mia vicina di casa che prima mi racconta che il carnevale è bellissimo, poi mi consiglia di fuggire, infine mi confessa che lei e suo marito si sono conosciuti proprio alla parata. La mia storia preferita: pare che nei giorni appena precedenti a Londra cali la microcriminalità per paura di farsi beccare e perdersi il carnevale. L’allarme più buffo: “attenti alla disidratazione”, detto in una città che galleggia sull’acqua ed è annaffiata da pioggia e birra.

In ogni caso i negozi si barricano e prima dell’arrivo della parata l’atmosfera è surreale.

Westbourne Gorve, Carnival

Alla fine di due giorni danzanti e licenziosi, dopo tanto strusciare, bere, arrapare ho visto ragazzi a malapena vestiti salutarsi educatamente con due bacetti sulle guance e tutto questo carnevale mi è sembrato un bellissimo modo per fare tanto rumore quanto devono averne fatto le sommosse urbane, usando altri strumenti e diversi contatti fisici e soprattutto col sorriso sulle labbra.

Carnival of Notting Hill, Parade  WP_20130826_021[1]

Carnival of Notting Hill, Parade

Cose a cui ho pensato a Berlino

§ dicembre 21st, 2012 § Filed under Viaggi § Tagged , , , , , , , , , , § No Comments

1. Tutte le città cool hanno un clima terribile: sarà anche colpa del periodo che scelgo per andarci, ma per me Berlino è il gelo che ti prende il cervello, passa misteriosamente per le ginocchia (laddove in genere non battono sensazioni) e finisce nei piedi, dove rimane fino al terzo bicchiere di alcool. Ho avuto altrettanto freddo solo attraversando Central Park a gennaio. La cosa però che mi rasserena dei Berlinesi, rispetto ai Newyorkesi, è che almeno si vestono per il clima che hanno, non girano con le gambe nude o i piedi scalzi, e anzi indossano cose punitive o buffe, ma sicuramente caldissime.

2. Si può mangiare (bene) asiatico spendendo poco: di Berlino si dice che sia la più economica delle capitali europee e credo sia vero. Mangiare con poco non significa solo mangiare wurstel (nessuna critica, vedi poi), ma anche cucina asiatica di altissimo livello, vietnamita o thai, e spendere quanto da noi per una pizza e una birra. Ecco, se qualcuno volesse importare a Milano il modello di ristoranti a medio prezzo, con cucina fantasiosa, adatti a persone curiose di piatti del mondo, beh, avrebbe la mia riconoscenza e sarebbe un’altra dimostrazione che Berlino fa tendenza. Il mio stomaco si è invaghito del Transit e del Saigon and More.

 

3 Si può prendere la metro senza blocchi di accesso: a Berlino non ci sono tornelli che limitano l’ingresso all’intricata rete ferroviaria che attraversa la città e funge da trasporto pubblico. Idealmente chiunque può salire e scendere a piacere, con o senza il biglietto. Non so dire quanti se ne approfittino e quanti siano onesti, certo è che ho sempre visto persone comprare i biglietti (non economici!) alle macchinette. Mi ha fatto bella impressione pensare che la città si fidi di abitanti che non la tradiscono, o che sia abitata da gente affidabile che non necessita di controlli.

4. Il freddo cambia il gusto, saggiamente: io non mangio wurstel e non bevo vino speziato, eppure raramente ho provato una sensazione più piacevole di un bicchiere bollente di Gluwein e soprattutto di un currywurst. C’è una poesia greve, solida e intensa in quel pezzo di maiale, affogato nel pomodoro piccante, con cipolle galleggianti e una spruzzata di curry, che contribuisce al calore del proprio corpo, del locale e del cosmo intero.

 

5. Le gru sono parte del panorama: Berlino è la città nuova, delle costruzioni, dell’Europa che ha ancora soldi da spendere, del passato da superare, se non lo si può dimenticare. Sembra strano da dire, ma a Berlino si ammirano e si fotografano i lavori stradali, le gru colorate che svettano nel cielo e si muovo in un gioco di incastri, i macchinari strani che scavano la terra e vi infilano dentro marchingegni da vecchi film di fantascienza. Se non fosse per quel maledetto freddo, sarebbe la città ideale in cui vivere la pensione, con le mani dietro la schiena, a contemplare tale operosità pubblica.

6. L’architettura contemporanea può essere simbolica, utile e bella: in una città da ricostruire, si è avuto il coraggio di lasciare esprimere gli artisti contemporanei, primi tra tutti gli architetti. Dal Museo Ebraico a Postdamer Platz sono le strutture contemporanee a raccontare la storia di ieri in maniera diversa e emozionante. Il mio punto preferito della città è la cupola del Reichstag: l’idea di mettere una copertura “trasparente” a proteggere il Parlamento è geniale. Il fatto di potere ammirare la città dall’alto, con comodo e in modo circolare è utilissimo. Le due scale elicoidali che attraversano la struttura sono talmente giuste che non si riesce a immaginare nessun altra soluzione possibile.

Berlino è così, piena di idee che vorresti avere avuto tu.

 

Cose che ho fatto per la prima volta in Perù

§ settembre 5th, 2012 § Filed under Viaggi § Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , § No Comments

Il Perù è stato il viaggio delle prime volte. Seguendo una personale predilezione per gli elenchi, lo racconterei così:

  • Ho visto nuovi animali: il condor è il cattivo dei racconti di quando siamo bambini, che ci insegnano il bene e il male. In Perù li vedi planare a 4000m, aprire ali enormi e, senza muoverle, scivolare sicuri nel vuoto, sfruttando le correnti. I bambini li salutano e li applaudono. Gli ex bambini cercando di immortalarli mentre passano alle spalle di amanti, amici, parenti. Li abbiamo visti risalendo dal Canyon del Colca, prima del tramonto e all’alba, regali e solitari come solo grandi uccelli necrofagi possono essere.

foto di Mauro Tosca

 

  • Ho camminato per 52km mai al di sotto dei 2000 metri: dicono che il Perù sia il paradiso del trekking e dicono una cosa vera. Alcuni dei posti più incredibili che si possono ammirare sono raggiungibili a piedi. Il Salkantay Trek, che abbiamo fatto sotto la guida di United Mice, è stato una cosa molto faticosa che rifarei domani stesso. Siamo saliti fino a 4600m e da lì siamo andati ancora un po’ più su per vedere una piccola laguna. Abbiamo sentito il suono lontano  e pauroso delle valanghe che cadevano dalle cime intorno a noi. Abbiamo dormito in tenda al gelo, coprendoci con tutto quello che avevamo nello zaino, con un cielo stellato così limpido che ti cadeva addosso. Abbiamo visto la Croce del Sud e abbiamo pensato ad altri viaggi, altre scoperte, altri marinai. Abbiamo fatto merenda con wonton, marmellata, burro, pop corn e infuso di coca. Abbiamo attraversato la foresta con colibrì, pappagalli, fiori tropicali e abbiamo bevuto il mais fermentato. Ci siamo spostati da una riva all’altra con carrelli sospesi nel vuoto, tirati a mano. Ci siamo immersi in un’acqua che aveva la stessa temperatura del corpo e abbiamo pensato al paradiso. Abbiamo camminato lungo la ferrovia che porta vicino a Machu Picchu e ci siamo sentiti adolescenti. Abbiamo vissuto, dormito, mangiato secondo il sole e non ci è parso strano

 

foto di Mauro Tosca

  • Ho visto bambini in coda per vedere la TV: in un angolo del mercato di San Pedro c’era un televisore con un cartone di Bugs Bunny e tutti i bambini avevano lasciato le loro bancarelle, i loro giochi di strada, il loro girare e stavano a bocca spalancata davanti a questo focolare domestico in un luogo pubblico. Come loro i bambini di Pisac, attaccati alla vetrina di un negozio di alimentari con una TV in bella vista, a ridere e commentare tutti insieme. E pensare che la TV sarebbe diventata sociale grazie a internet…

 

foto di Mauro Tosca

  • Ho ricevuto richieste di rating su Tripadvisor, anche nei luoghi più sperduti: forse è dovuto al turismo americano così presente in Perù, ma tutti i ristoranti e gli alberghi che dispongono di un buon rating lo mostrano con orgoglio e nessuno si imbarazza a chiedere apertamente una recensione ai clienti. Uno chef di Cusco ci ha raccontato dell’attenzione bellicosa dei ristoratori per questo strumento, che muove clienti alto spendenti. Di proprietari che mettono recensioni negative ai concorrenti, per abbassarne anche solo momentaneamente la media. Della mancanza di controllo che chi abbia lasciato la recensione sia effettivamente stato in quel posto. Dei controlli ossessivi ogni mattina sulla posizione nel ranking.  Poi nasce la domanda: si sta affermando un nuovo turismo omologato basato sulla media dei viaggiatori precedenti? E’ la soluzione migliore? Come prima i francesi andavano nei posti consigliati dalla Routard e gli altri in quelli della Lonely, così ora i possessori di smartphone vanno nei primi 20 di Tripadvisor? Ma chi si prenderà la briga di andare nei posti non recensiti? E chi vivrà un’esperienza che gli altri non hanno già fatto?

 

  • Ho parlato con un taxista che era anche una guida turistica e un gourmet: la Lonely dedica tante pagine alla Valle Sacra quanto ai pericoli del Perù. Ammirerete rovine Inka, vi deruberanno e i taxisti vi trufferanno. In realtà noi abbiamo conosciuto persone molto amichevoli, incuriosite dall’Italia (il calcio ha il potere taumaturgico di distogliere dalle domande su Berlusconi) e con una particolare fissa per Venezia (sospetto che da qualche parte una TV con un programma su Venezia ha raccolto attorno a sè molte persone). Capire o non capire lo spagnolo non frena i taxisti dal parlare del loro paese. A Lima abbiamo incontrato al volante di un’auto sgangherata un Tripadvisor portatile e interrogabile a piacere. Ci ha raccontato della nuova ondata di buona cucina e bei ristoranti che sta invadendo il paese. Dello chef Gaston Acurio, amatissimo, popolarissimo, onnipresente. Dei limani, che tutti i weekend mangiano fuori. Della cucina peruviana, che è per sua natura fusion, di quella chifa (innesti cantonesi nelle ricette sudamericane), degli spiedini di cuore venduti per strada, con una donna di colore che indossa il grembiule e inizia a sfamare turisti e cittadini in fila. Di tutti i ristoranti più celebri, con un giudizio su menu, servizio, locale, prezzo. Del Pescados Capitales, davanti a cui ci ha lasciato, benedicendo la nostra scelta, e che è uno dei posti migliori in cui abbia mai mangiato all’estero

 

foto di Mauro Tosca

  • Ho fatto un corso di cucina all’estero: data questa nouvelle vague culinaria peruviana, ci siamo lanciati in una cooking class, ovviamente scelta su Tripadvisor. Una bellissima esperienza culinaria, culturale e umana. Delle ricette di Erick, proprietario del Marcelo Batata, parlerò su Cantarelle, ma la visita al mercato di Wanchaq completamente privo di turisti, dove grasse signore col cappello a cilindro ci hanno fatto assaggiare mille varietà di frutta; la spiegazione dei più gustosi o buffi prodotti della terra peruviana; i bicchieri di pisco che ci siamo scolati durante le ore di corso; l’emozione di cuocere le nostre creazioni nella cucina di un ristorante a pieno regime, sono esperienze che consiglio a tutti, a prescindere dalla voglia di imparare a cucinare

 

foto di Mauro Tosca

  • Ho visto Saturno: a Cusco, che è probabilmente la città più bella e divertente in cui sia mai stato fuori dall’Europa, ci siamo fatti tentare dalle mille possibilità di svago che esistono anche a 3.300m. Abbiamo visitato un buffo planetario, gestito da una giovane coppia, che con mezzi un po’ artigianali e molto brio ci ha spiegato le conoscenze astronomiche degli Inca, il ruolo delle stelle nelle loro vite e ci hanno mostrato l’altra metà del cielo. L’enorme forma dello Scorpione. La “vicinissima” Alfa Centauri. E gli anelli di Saturno, che sono incredibilmente proprio come li disegniamo da bambini

 

  • Ho fatto scelte di turismo responsabile: quando ho potuto, ho contattato organizzazioni e progetti che tutelassero i lavoratori locali e sostenessero progetti umanitari. Ecco perché per il Salkantay Trek ci siamo affidati a Perù Etico, dove Paola, una ragazza italiana, segue progetti per i bambini di strada e le donne che subiscono violenze. Abbiamo pagato una quota associativa di 20dollari a testa e le abbiamo affidato, con grande soddisfazione, l’organizzazione del trekking. La Piccola Locanda, l’hotel in cui hanno sede, è tra l’altro un posto molto piacevole e accogliente. Noi per dormire a Cusco abbiamo scelto il Ninos Hotel, progetto alberghiero di una signora olandese che con i suoi proventi aiuta i bambini di strada garantendo loro un’educazione

 

foto di Mauro Tosca

  • Ho aspettato che i mezzi di trasporto fossero pieni per partire: la prima volta ci è successa con il minivan da Cusco a Pisac. Siamo saliti, l’autista ci ha contati e ha visto che rimanevano 3 posti, o meglio 3 spazi fisici per altre persone. Ha spento l’auto ed è andato in strada a raccattare altri passeggeri. Solo quando il minivan era al completo, siamo partiti, con sottofondo di musica latina offerto dalla “radio diferente para gente inteligente“. La seconda volta, a Colcamayo, è stato uno di quei viaggi che fanno il viaggio. Siamo partiti in 4  con destinatione Hidro. Finalmente un bel viaggio comodo, un pullmino da almeno 10 posti, l’ideale dopo le terme. Poi arriviamo a Santa Teresa e iniziamo a girare cercando qualcosa, facciamo allegramente il giro di una piazza contromano, ci fermiamo davanti a una casa dove l’autista scende e citofona. Risale e finalmente abbiamo una direzione: un altro pullmino, con dentro 2 passeggeri, su cui ci invitano a salire. I due autisti si mettono d’accordo, noi paghiamo il primo (ci possiamo fidare o ci inganneranno? Alla fine la risposta giusta è stata sempre la prima), pronti, via. Per modo di dire. Il secondo pullmino inizia il giro del paese (in realtà i 2 passeggeri ci avvertono che loro sono già lì da mezz’ora…), con un bambino affacciato al finestrino a gridare “Hidro! Hidro!”. Alla fine raccattiamo una varia umanità, ma niente, non siamo ancora pieni. Non ci resta che dedicarci al trasporto merci. Ci fermiamo davanti a un negozio e carichiamo acqua, coca-cola, frutta e confezioni di Inka Cola. Durante uno di questi spostamenti collettivi abbiamo incontrato 4 americani imbufaliti perché il mezzo aveva 45minuti di ritardo e protestavano al grido “people have plans, people have agendas”. Come ogni anno, la mia agenda l’avevo lasciata a casa.

 

  • Ho visto Machu Picchu: sì, è una delle meraviglie del mondo “moderno” e non ho nient’altro da dichiarare

Su Flickr ho pubblicato un set delle foto di viaggio.

Su Google Maps, l’itinerario e informazioni pratiche di viaggio.


View Perù 2012 in a larger map

Il bello del filtro: il fenomeno Instagram

§ luglio 23rd, 2012 § Filed under Advertising, Apps, Cinema, Social Media § Tagged , , , , , , , , , § No Comments

Che io sappia, non esistono statistiche del proprio iPhone. Non mi è dato conoscere quante volte al giorno lo guardo, quanto tempo ci passo, quali sono le attività che faccio più spesso, quali le applicazioni su cui resto più a lungo. E forse è una fortuna, perché potrei scoprire cose di me che non sono ancora pronto a sapere.

Certo, se dovessi scommettere, punterei 4,99 su Instagram come mix vincente di frequenza e durata. Ormai ho chiuso in un cassetto la Lumix, che tante soddisfazioni mi ha dato, guardo con rammarico la Lomo, che sempre più spesso resta a casa nonostante gli scatti di amici appesi alla parete e raccolti su Flickr, e viaggio solo con l’iPhone: probabilmente il numero di foto che faccio e che guardo online supera giornalmente il numero di chiamate che faccio e ricevo.

Io non rappresento certo la misura del successo di un’applicazione, ma lo sono il fatto che ad aprile Facebook abbia comprato Instagram per un miliardo e che qualche giorno fa Instagram abbia festeggiato un miliardo di foto condivise. Tanto è già stato scritto sui motivi del suo successo, per cui mi limito a ricordare alcuni fattori a mio avviso fondamentali: l’estrema semplicità di utilizzo, l’immediata possibilità di migliorare le proprie immagini senza particolari expertise tecnologiche, un’ottima qualità di realizzazione e il piacere di condividere le foto e guardare quelle altrui.

In particolare quest’ultimo aspetto rileva insight interessantissimi sulla natura umana (mi viene quasi voglia di fare una tesi in sociologia dal sapore geek): su Instagram ci si può fare facilmente un’idea generale al di là degli amici stretti, dato che, se non diversamente deciso, il proprio profilo è pubblico e tutti possono trovare le foto degli altri, seguendo i like tra contatti comuni, gli hashtag utilizzati o l’ambita pagina delle foto Popular.

Popular Photos - 22 luglio 2012

Che cosa fotografano le persone, cosa prediligono condividere e che cosa attira i maggiori favori?

Vi sono alcuni classici dell’animo umano che non mancano nemmeno su Instagram: tramonti mozzafiato, cuccioli coccolosi e monumenti da cartolina. Ovviamente anche il cibo è sempre molto popolare, ma già qui mi sembra di notare due categorie di particolare interesse: le personali creazioni culinarie e le colazioni come dio comanda. Food blogger di tutto il mondo hanno quindi un altro modo di mostrare le proprie abilità, di attrarre nuovi lettori e spesso anche di migliorare la qualità delle immagini pubblicate nei post (fare belle foto al cibo è davvero difficile senza quei magici filtri). Le colazioni “a modo” sembrano essere invece un irresistibile oggetto di condivisione per chiunque abbia l’applicazione: sarà il piacere di trattarsi bene al risveglio, sarà che è un pasto spesso sancisce la differenza tra settimana e weekend o tra lavoro e vacanza, sarà che al mattino c’è un’ottima luce per fotografare, fatto sta che cappuccini, marmellate, leziose tavole apparecchiate con tanto di libri e fiori la fanno da padrone. Complimenti quindi a quei buongustai di Breakfast Review che hanno creato un hashtag per importare sul loro sito le foto di questo pasto così fotogenico. Ma in qualche modo anche la catena di hotel NH  ha capito che la mattina è un momento d’oro per coinvolgere i propri clienti e tramite l’hashtag #WakeUpPics è riuscita a raccogliere foto di risvegli nei propri Hotel, protagonisti di una mostra fotografica a Madrid.

Oltre al nostro stomaco c’è un’altra parte del corpo che esercita una grande attrazione fotografica: i piedi. Nudi, con scarpe, in mezzo alla sabbia, fuori dalla vasca, appoggiati a una ringhiera, sembrano essere diventati la metonimia dell’hipster fotografo. Ecco perché sembra assolutamente naturale guardare le foto di brand come Converse e adidas Originals e taggare le proprie scarpe con i loro hashtag. Ma anche marche meno note possono trovare un terreno particolarmente fertile. È il caso di Rebecca Minkoff, un brand di accessori che grazie all’uso di Instagram ha visto crescere improvvisamente la vendita delle proprie scarpe. Da quando la stilista ha pubblicato “the shoe of the day”, il numero di like e commenti alle sue scarpe è andato crescendo progressivamente. Attorno a queste foto di scarpe si è formata una community spontanea che ormai è usata dall’azienda come “tester” in real time del gradimento delle nuove creazioni e come consumatori da indirizzare ai retail in cui i prodotti vengono venduti.

ricerca #converse luglio 2012

L’ultima tipologia di foto che mi incuriosisce ha come oggetto i contenuti di intrattenimento. Mi capita sempre più spesso di mettere like a foto di locandine dei film, scattate prima di entrare in sala, o a immagini dello schermo televisivo che trasmette la prima puntata di una nuova serie, o la scena di un vecchio film entrata nella storia del cinema. Qui non c’è più nessuna velleità artistica, ma solo il desiderio di fare sapere che cosa ci piace, che cosa scegliamo, e quindi di attirare gli apprezzamenti di chi ha i nostri stessi gusti. In un mondo in cui i contenuti si rinnovano e si superano a velocità frenetiche e in cui vedere un episodio con un giorno di ritardo è considerato da perdenti, le immagini sono il modo più rapido per dire io sono già in sala, l’ho già scaricato, so già come va a finire. Le foto battono addirittura Twitter in quanto a velocità e sintesi, e consentono di essere meno banali con minore sforzo.

Si aprono quindi nuove possibilità per i produttori di contenuti, come nel caso della CBS con la serie NCIS: Los Angeles, che ha mostrato ai fan immagini del dietro le quinte scattate dal cast e ha dato agli stessi fan la possibilità di avere una propria foto mostrata durante la puntata finale, usando l’hashtag #NCSILA.

 

Insomma, le 50 milioni di persone che fino a oggi hanno condiviso almeno uno scatto su Instagram fanno gola a tante aziende, ma come sempre negli ambiti social la regola aurea è la rilevanza. A qualunque azienda volesse aprire un profilo e dialogare con le persone, suggerirei prima di guardare cosa gli instagrammers stanno già condividendo e quali hashtag stanno andando per la maggiore. Qualche esempio, per giocare: a un brand di cosmetica possono interessare le migliaia di foto scattate allo specchio (in primis in bagno, ma non solo) da fanciulle di tutto il mondo, sempre alla ricerca di nuovi spunti per mettere online il proprio faccino finto imbronciato, quasi sicuramente di trequarti; alle compagnie aeree possono interessare gli splendidi panorami che vengono fotografati dal finestrino non solo dai viaggiatori, ma anche da hostess e steward (pare che tra decollo e atterraggio non facciano altro). Se già i propri dipendenti sono su Instagram a scattare meraviglie, allora si ha davvero l’occasione di mostrare qualcosa di rilevante.

 

Io, nel mio piccolo, mi offro come testimonial per compagnie di barche alla deriva, spazzaneve e bagnini.

my top photos on Instagram

L’Italia e il cinema televisivo

§ marzo 26th, 2012 § Filed under Cinema § Tagged , , , , , , , , , , , , , , § No Comments

Secondo la ricerca Istat “Noi Italia” il cinema è la nostra principale attività culturale fuori casa: un italiano su due nel 2011 ha visto un film sul grande schermo, con un aumento di più del 10% dal 1993.

Del resto abbiamo alle spalle una gloriosa cinematografia, un importante festival internazionale e artisti apprezzati dentro e fuori i confini nazionali. Eppure nel 2011 si sono staccati meno biglietti rispetto al 2010. Colpa della crisi economica? Sicuramente in Italia l’instabilità finanziaria non aiuta i consumi culturali: ormai una famiglia che vuole andare a vedere un film in 3D spende tra una cosa e l’altra 50€ per una serata fuori casa.

Il 2011 è stato però un anno economicamente incerto per tutti i grandi paesi europei, eppure altrove il cinema non ha avuto la stessa battuta di arresto. Il problema è che non solo noi italiani partiamo da una bassa spesa pro capite per i consumi culturali (Istat ci ricorda che è un indicatore chiave del welfare nel lungo periodo), ma sembriamo anche reattivi a tagliare ulteriormente questa spesa quando il futuro si fa incerto.

Se infatti confrontiamo i biglietti staccati nel 2011 rispetto al 2010 nei principali mercati europei emergono questi risultati:

Country Admissions Var. 2011 vs. 2010
101,3 MIO -7,9%
215,6 MIO 4,2%
171,6 MIO 1,4%
129,6 MIO 2,4%
94,4 MIO -7,1%
30,4 MIO 8,0%
960 MIO -0,4 %

Il totale Europa segna dunque un leggero decremento soprattutto per via di Spagna e Italia. Ci stiamo quindi allontanando dai consumi cinematografici dei più dinamici paesi europei? Succede solo per un taglio delle spese “superflue”? Quali conseguenze può avere sul livello di cultura generale delle persone?

Un altro aspetto molto interessante è la classifica dei top ten nei diversi paesi.

Top 10 2011
1 Che bella giornata Quasi Amici Harry Potter 7- Parte 2 Harry Potter 7- Parte2
2 Harry Potter 7- Parte 2 Niente da dichiarare Il discorso del re I Pirati dei Caraibi 4
3 Immaturi Harry Potter 7- Parte 2 The Inbetweeners Movie Kokowaah
4 Qualunquemente Le Avventure di Tintin I Pirati dei Caraibi 4 Una Notte da leoni 2
5 Breaking Dawn- Parte 1 I Pirati dei Caraibi 4 Una Notte da leoni 2 Transformers 3
6 I Pirati dei Caraibi 4 Il Gatto con gli stivali Breaking Dawn- Parte 1 Il Gatto con gli stivali
7 Sherlock Holmes 2 Breaking Dawn- Parte1 Transformers 3 Breaking Dawn- Parte1
8 Femmine contro maschi Il Pianeta delle scimmie Sherlock Holmes 2 I Puffi
9 Kung Fu Panda 2 Il Discorso del re Le Amiche della sposa Fast & Furious 5
10 Fast & Furious 5 Cars 2 Il Figlio di Babbo Natale Il Discorso del re

Leggendo la classifica italiana emergono, a mio avviso, due macro tendenze.

  1. La prima, già ampiamente affermata sul mercato internazionale da anni, è il successo dei sequel, che in qualche modo sono diventati un genere a se stante. Tutti i film stranieri nei primi 10 appartengono in un modo o nell’altro a tale categoria: questo è un aspetto positivo per i produttori di cinema, che si trovano così a fare investimenti “sicuri” e duraturi nel tempo, ma temo sia anche un limite per idee nuove e sceneggiature non già affermate.
  2. La seconda tendenza è la forte presenza in classifica di personaggi televisivi: da Zalone, a Bisio, Ambra, la Littizzetto, Albanese, Luca e Paolo, fino ai Soliti Idioti appena fuori dal podio, sono tutti protagonisti dell’intrattenimento affermatisi grazie soprattutto al piccolo schermo.

E forse tra le due tendenze ci dei punti di contatto: gli italiani vanno al cinema a vedere film già noti o dove si pensa di andare sul sicuro perché vi recitano personaggi conosciuti in TV. La televisione può avere un ruolo importante anche per i sequel, poiché in molti casi ottengono più successo del primo capitolo: alcuni guardano il numero 1 sul divano di casa, e se poi piace vanno a vedere il seguito al cinema.

È così anche negli altri paesi? Per la Francia è stato un anno incredibile, non tanto per il giustamente premiato “The Artist”, solo 24esimo al box office, quanto per “Quasi Amici” (Intouchables), enorme successo europeo, e anche per “Niente da dichiarare” dello stesso regista di “Giù al Nord”. “Quasi amici” è un caso interessante, poiché è un film tratto da un romanzo con protagonisti un tetraplegico e un uomo di colore. Certo, anche in questo caso la TV ha un ruolo influente, dato che il protagonista Omar Sy è un celebre attore comico di Canal+, ma la storia ha dimostrato un appeal più ampio dei confini di produzione, come testimonia il grande successo in tutti i mercati europei.  E anche “Niente da dichiarare” sancisce la popolarità di Dany Boon, attore, regista e sceneggiatore affermatosi proprio grazie al cinema.  Significativo ancora una volta che da noi sia stato scelto Bisio, star della comicità televisiva, per la trasposizione italiana del film.

In UK dietro a Harry Potter hanno sbancato al botteghino “Il discorso del re”, e “The Inbetweeners Movie”: se il primo è una produzione cinematografica con un cast eccellente su un emozionante momento storico (e la storia è maestra di vita per tutti, si sa), il secondo è la trasposizione cinematografica di una serie televisiva. Quindi la TV “orienta” il cinema come da noi? C’è una bella differenza. Parliamo di una serie alla terza edizione, pluricandidata ai BAFTA e premiata dal pubblico; quale serie tv italiana potrebbe andare al cinema e riempire le sale facendosi pagare un biglietto? Ci ha provato da noi il divertente Boris, ma con risultati purtroppo deludenti. “Inbetweeners” si inserisce inoltre nel filone delle serie tv inglesi che stanno appassionando pubblici di tutto il mondo, come “Misfits” e “Sherlock Holmes”. È vero che queste serie hanno il vantaggio della lingua inglese, che le rende immediatamente accessibili a un vasto pubblico mondiale, ma se tanti le vedono è perché in UK anche la TV sta portando avanti linguaggi verbali, di scrittura e registici innovativi e originali e quindi vale la pena anche pagare il biglietto per andare al cinema.

Per concludere la panoramica europea, al box office tedesco ha trionfato “Kokowaah”, un film sul rapporto tra un padre e una figlia nata da un’avventura di una notte. Si tratta in questo caso del successo di un autore e attore puramente cinematografico che ha saputo divertire e emozionare milioni di tedeschi.

Sembra insomma che gli altri grandi mercati abbiano un legame meno forte con il mondo televisivo o che sappiano produrre contenuti televisivi con un taglio e un appeal cinematografico.

L’elemento che invece accomuna tutte le classifiche è l’importanza dei blockbuster americani, capaci di portare nelle sale un vasto pubblico, dai giovani, alle famiglie, ai più anziani. Diventa allora sempre più strategico fare uscire i film in altri paesi il più vicino possibile alla data americana, per evitare che gli spettatori più tecnologici e disinvolti si attrezzino alla visione autonomamente, appena il film è disponibile sul celebre torrente…

Per concludere, non è certo un caso che proprio Italia e Spagna abbiano avuto un calo di biglietti venduti, ma oltre a biasimare la situazione economica, è possibile pensare a strategie per portare più persone al cinema?

Come già detto occorre probabilmente ripensare al frequente modello di importazione dei film mesi dopo l’uscita in US, che può essere controproducente per gli incassi finali dei film in lingua inglese. Inoltre, anche la presenza nelle nostre sale di alcuni titoli in lingua originale può essere un deterrente alla pirateria, e in generale per una fetta di pubblico uno stimolo a godere di alcuni titoli sul grande schermo. Internet ha infatti modificato le abitudini di consumo dell’entertainment e una fetta sempre più significativa e commercialmente (e culturalmente) importante della popolazione vede tranquillamente film e serie sottotitolate, godendosi la recitazione originale: da Lost in poi è cambiata la percezione del tempo che è lecito attendere per vedere quello che piace ed è già disponibile da qualche parte in inglese.

Inoltre, il fatto che il nostro cinema sembra essersi così appiattito sulla TV non potrebbe lasciare insoddisfatta una fetta di pubblico che vorrebbe sì titoli italiani, ma magari anche di altri generi oltre alla comicità da canale generalista?

Infine, se è dalla TV che oggi nasce il cinema (e se il piccolo schermo non è più il viale del tramonto delle star del cinema), allora l’attuale banalità e ripetitività dei contenuti televisivi non rischia alla lunga di danneggiare anche la qualità del nostro cinema? Forse oggi la strada per un cinema migliore passa anche per un nuovo ruolo della TV come luogo in cui si sperimentano e introducono nuovi linguaggi.

 

Le tabelle sono frutto del duro lavoro di Mauro Tosca.

Fonti: per i dati italiani Audimovie, per i dati europei Euromed Audiovisual.

Volevo essere l’Academy

§ febbraio 26th, 2012 § Filed under Cinema § Tagged , , , , § No Comments

Il Guardian ha pubblicato un bell’articolo con le previsioni di chi vincerà l’Oscar 2012 e le opinioni su chi lo meriterebbe e chi invece avrebbe dovuto essere almeno un contendente.

Dato che le liste e le classifiche mi divertono molto, copio l’idea, ma ci aggiungo anche il tifo contro: vorrei che vincesse, sarà il vincitore, purché non vinca.

 

Miglior Film:

Vorrei: The Artist

Sarà: The Artist

Purché non: Hugo Cabret

 

Miglior Attore:

Vorrei: Jean Dujardin

Sarà: Jean Dujardin

Purché non: vanno bene tutti

 

Miglior Attrice:

Vorrei: Rooney Mara

Sarà: Viola Davis

Purché non: vanno bene tutte

 

Attore non protagonista:

Vorrei: Max Von Sydow

Sarà: Jonah Hill

Purché non: vanno bene tutti

 

Attrice non protagonista:

Vorrei: Berenice Bejo

Sarà: Octavia Spencer

Purché non: Melissa McCarthy

 

Regia:

Vorrei: Terrence Malick

Sarà: Alexander Payne

Purché non: Martin Scorsese

 

Sceneggiatura originale:

Vorrei: The Artist

Sarà: The Artist

Purché non: Midnight in Paris e Bridesmaids (Le amiche della sposa)

 

Sceneggiatura non originale:

Vorrei: Moneyball

Sarà: The Descendants (Paradiso Amaro)

Purché non: Hugo Cabret

 

Insomma, non so se si è capito, ma faccio un leggero tipo per The Artist, per l’adorabile baffetto di lui, il sorriso di lei e il loro tip tap che mi ha dato una sensazione di felicità. Il cast femminile di The Help è stato molto e giustamente applaudito in America e non ho nulla da ridire, anzi. Che invece Allen possa vincere una statuetta per quel temino scolastico che è Midnight in Paris mi pare ridicolo. Hugo Cabret non lo prendo nemmeno in considerazione nella carriera di Scorsese. Bridesmaids mi ha fatto molto meno ridere delle battute di Geppi Cucciari in tv.

Per la regia ho scelto Malick fondamentalmente perché non so scrivere il regista di The Artist.

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