Cose a cui ho pensato a Berlino

§ dicembre 21st, 2012 § Filed under Viaggi § Tagged , , , , , , , , , , § No Comments

1. Tutte le città cool hanno un clima terribile: sarà anche colpa del periodo che scelgo per andarci, ma per me Berlino è il gelo che ti prende il cervello, passa misteriosamente per le ginocchia (laddove in genere non battono sensazioni) e finisce nei piedi, dove rimane fino al terzo bicchiere di alcool. Ho avuto altrettanto freddo solo attraversando Central Park a gennaio. La cosa però che mi rasserena dei Berlinesi, rispetto ai Newyorkesi, è che almeno si vestono per il clima che hanno, non girano con le gambe nude o i piedi scalzi, e anzi indossano cose punitive o buffe, ma sicuramente caldissime.

2. Si può mangiare (bene) asiatico spendendo poco: di Berlino si dice che sia la più economica delle capitali europee e credo sia vero. Mangiare con poco non significa solo mangiare wurstel (nessuna critica, vedi poi), ma anche cucina asiatica di altissimo livello, vietnamita o thai, e spendere quanto da noi per una pizza e una birra. Ecco, se qualcuno volesse importare a Milano il modello di ristoranti a medio prezzo, con cucina fantasiosa, adatti a persone curiose di piatti del mondo, beh, avrebbe la mia riconoscenza e sarebbe un’altra dimostrazione che Berlino fa tendenza. Il mio stomaco si è invaghito del Transit e del Saigon and More.

 

3 Si può prendere la metro senza blocchi di accesso: a Berlino non ci sono tornelli che limitano l’ingresso all’intricata rete ferroviaria che attraversa la città e funge da trasporto pubblico. Idealmente chiunque può salire e scendere a piacere, con o senza il biglietto. Non so dire quanti se ne approfittino e quanti siano onesti, certo è che ho sempre visto persone comprare i biglietti (non economici!) alle macchinette. Mi ha fatto bella impressione pensare che la città si fidi di abitanti che non la tradiscono, o che sia abitata da gente affidabile che non necessita di controlli.

4. Il freddo cambia il gusto, saggiamente: io non mangio wurstel e non bevo vino speziato, eppure raramente ho provato una sensazione più piacevole di un bicchiere bollente di Gluwein e soprattutto di un currywurst. C’è una poesia greve, solida e intensa in quel pezzo di maiale, affogato nel pomodoro piccante, con cipolle galleggianti e una spruzzata di curry, che contribuisce al calore del proprio corpo, del locale e del cosmo intero.

 

5. Le gru sono parte del panorama: Berlino è la città nuova, delle costruzioni, dell’Europa che ha ancora soldi da spendere, del passato da superare, se non lo si può dimenticare. Sembra strano da dire, ma a Berlino si ammirano e si fotografano i lavori stradali, le gru colorate che svettano nel cielo e si muovo in un gioco di incastri, i macchinari strani che scavano la terra e vi infilano dentro marchingegni da vecchi film di fantascienza. Se non fosse per quel maledetto freddo, sarebbe la città ideale in cui vivere la pensione, con le mani dietro la schiena, a contemplare tale operosità pubblica.

6. L’architettura contemporanea può essere simbolica, utile e bella: in una città da ricostruire, si è avuto il coraggio di lasciare esprimere gli artisti contemporanei, primi tra tutti gli architetti. Dal Museo Ebraico a Postdamer Platz sono le strutture contemporanee a raccontare la storia di ieri in maniera diversa e emozionante. Il mio punto preferito della città è la cupola del Reichstag: l’idea di mettere una copertura “trasparente” a proteggere il Parlamento è geniale. Il fatto di potere ammirare la città dall’alto, con comodo e in modo circolare è utilissimo. Le due scale elicoidali che attraversano la struttura sono talmente giuste che non si riesce a immaginare nessun altra soluzione possibile.

Berlino è così, piena di idee che vorresti avere avuto tu.

 

Cose che ho fatto per la prima volta in Perù

§ settembre 5th, 2012 § Filed under Viaggi § Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , § No Comments

Il Perù è stato il viaggio delle prime volte. Seguendo una personale predilezione per gli elenchi, lo racconterei così:

  • Ho visto nuovi animali: il condor è il cattivo dei racconti di quando siamo bambini, che ci insegnano il bene e il male. In Perù li vedi planare a 4000m, aprire ali enormi e, senza muoverle, scivolare sicuri nel vuoto, sfruttando le correnti. I bambini li salutano e li applaudono. Gli ex bambini cercando di immortalarli mentre passano alle spalle di amanti, amici, parenti. Li abbiamo visti risalendo dal Canyon del Colca, prima del tramonto e all’alba, regali e solitari come solo grandi uccelli necrofagi possono essere.

foto di Mauro Tosca

 

  • Ho camminato per 52km mai al di sotto dei 2000 metri: dicono che il Perù sia il paradiso del trekking e dicono una cosa vera. Alcuni dei posti più incredibili che si possono ammirare sono raggiungibili a piedi. Il Salkantay Trek, che abbiamo fatto sotto la guida di United Mice, è stato una cosa molto faticosa che rifarei domani stesso. Siamo saliti fino a 4600m e da lì siamo andati ancora un po’ più su per vedere una piccola laguna. Abbiamo sentito il suono lontano  e pauroso delle valanghe che cadevano dalle cime intorno a noi. Abbiamo dormito in tenda al gelo, coprendoci con tutto quello che avevamo nello zaino, con un cielo stellato così limpido che ti cadeva addosso. Abbiamo visto la Croce del Sud e abbiamo pensato ad altri viaggi, altre scoperte, altri marinai. Abbiamo fatto merenda con wonton, marmellata, burro, pop corn e infuso di coca. Abbiamo attraversato la foresta con colibrì, pappagalli, fiori tropicali e abbiamo bevuto il mais fermentato. Ci siamo spostati da una riva all’altra con carrelli sospesi nel vuoto, tirati a mano. Ci siamo immersi in un’acqua che aveva la stessa temperatura del corpo e abbiamo pensato al paradiso. Abbiamo camminato lungo la ferrovia che porta vicino a Machu Picchu e ci siamo sentiti adolescenti. Abbiamo vissuto, dormito, mangiato secondo il sole e non ci è parso strano

 

foto di Mauro Tosca

  • Ho visto bambini in coda per vedere la TV: in un angolo del mercato di San Pedro c’era un televisore con un cartone di Bugs Bunny e tutti i bambini avevano lasciato le loro bancarelle, i loro giochi di strada, il loro girare e stavano a bocca spalancata davanti a questo focolare domestico in un luogo pubblico. Come loro i bambini di Pisac, attaccati alla vetrina di un negozio di alimentari con una TV in bella vista, a ridere e commentare tutti insieme. E pensare che la TV sarebbe diventata sociale grazie a internet…

 

foto di Mauro Tosca

  • Ho ricevuto richieste di rating su Tripadvisor, anche nei luoghi più sperduti: forse è dovuto al turismo americano così presente in Perù, ma tutti i ristoranti e gli alberghi che dispongono di un buon rating lo mostrano con orgoglio e nessuno si imbarazza a chiedere apertamente una recensione ai clienti. Uno chef di Cusco ci ha raccontato dell’attenzione bellicosa dei ristoratori per questo strumento, che muove clienti alto spendenti. Di proprietari che mettono recensioni negative ai concorrenti, per abbassarne anche solo momentaneamente la media. Della mancanza di controllo che chi abbia lasciato la recensione sia effettivamente stato in quel posto. Dei controlli ossessivi ogni mattina sulla posizione nel ranking.  Poi nasce la domanda: si sta affermando un nuovo turismo omologato basato sulla media dei viaggiatori precedenti? E’ la soluzione migliore? Come prima i francesi andavano nei posti consigliati dalla Routard e gli altri in quelli della Lonely, così ora i possessori di smartphone vanno nei primi 20 di Tripadvisor? Ma chi si prenderà la briga di andare nei posti non recensiti? E chi vivrà un’esperienza che gli altri non hanno già fatto?

 

  • Ho parlato con un taxista che era anche una guida turistica e un gourmet: la Lonely dedica tante pagine alla Valle Sacra quanto ai pericoli del Perù. Ammirerete rovine Inka, vi deruberanno e i taxisti vi trufferanno. In realtà noi abbiamo conosciuto persone molto amichevoli, incuriosite dall’Italia (il calcio ha il potere taumaturgico di distogliere dalle domande su Berlusconi) e con una particolare fissa per Venezia (sospetto che da qualche parte una TV con un programma su Venezia ha raccolto attorno a sè molte persone). Capire o non capire lo spagnolo non frena i taxisti dal parlare del loro paese. A Lima abbiamo incontrato al volante di un’auto sgangherata un Tripadvisor portatile e interrogabile a piacere. Ci ha raccontato della nuova ondata di buona cucina e bei ristoranti che sta invadendo il paese. Dello chef Gaston Acurio, amatissimo, popolarissimo, onnipresente. Dei limani, che tutti i weekend mangiano fuori. Della cucina peruviana, che è per sua natura fusion, di quella chifa (innesti cantonesi nelle ricette sudamericane), degli spiedini di cuore venduti per strada, con una donna di colore che indossa il grembiule e inizia a sfamare turisti e cittadini in fila. Di tutti i ristoranti più celebri, con un giudizio su menu, servizio, locale, prezzo. Del Pescados Capitales, davanti a cui ci ha lasciato, benedicendo la nostra scelta, e che è uno dei posti migliori in cui abbia mai mangiato all’estero

 

foto di Mauro Tosca

  • Ho fatto un corso di cucina all’estero: data questa nouvelle vague culinaria peruviana, ci siamo lanciati in una cooking class, ovviamente scelta su Tripadvisor. Una bellissima esperienza culinaria, culturale e umana. Delle ricette di Erick, proprietario del Marcelo Batata, parlerò su Cantarelle, ma la visita al mercato di Wanchaq completamente privo di turisti, dove grasse signore col cappello a cilindro ci hanno fatto assaggiare mille varietà di frutta; la spiegazione dei più gustosi o buffi prodotti della terra peruviana; i bicchieri di pisco che ci siamo scolati durante le ore di corso; l’emozione di cuocere le nostre creazioni nella cucina di un ristorante a pieno regime, sono esperienze che consiglio a tutti, a prescindere dalla voglia di imparare a cucinare

 

foto di Mauro Tosca

  • Ho visto Saturno: a Cusco, che è probabilmente la città più bella e divertente in cui sia mai stato fuori dall’Europa, ci siamo fatti tentare dalle mille possibilità di svago che esistono anche a 3.300m. Abbiamo visitato un buffo planetario, gestito da una giovane coppia, che con mezzi un po’ artigianali e molto brio ci ha spiegato le conoscenze astronomiche degli Inca, il ruolo delle stelle nelle loro vite e ci hanno mostrato l’altra metà del cielo. L’enorme forma dello Scorpione. La “vicinissima” Alfa Centauri. E gli anelli di Saturno, che sono incredibilmente proprio come li disegniamo da bambini

 

  • Ho fatto scelte di turismo responsabile: quando ho potuto, ho contattato organizzazioni e progetti che tutelassero i lavoratori locali e sostenessero progetti umanitari. Ecco perché per il Salkantay Trek ci siamo affidati a Perù Etico, dove Paola, una ragazza italiana, segue progetti per i bambini di strada e le donne che subiscono violenze. Abbiamo pagato una quota associativa di 20dollari a testa e le abbiamo affidato, con grande soddisfazione, l’organizzazione del trekking. La Piccola Locanda, l’hotel in cui hanno sede, è tra l’altro un posto molto piacevole e accogliente. Noi per dormire a Cusco abbiamo scelto il Ninos Hotel, progetto alberghiero di una signora olandese che con i suoi proventi aiuta i bambini di strada garantendo loro un’educazione

 

foto di Mauro Tosca

  • Ho aspettato che i mezzi di trasporto fossero pieni per partire: la prima volta ci è successa con il minivan da Cusco a Pisac. Siamo saliti, l’autista ci ha contati e ha visto che rimanevano 3 posti, o meglio 3 spazi fisici per altre persone. Ha spento l’auto ed è andato in strada a raccattare altri passeggeri. Solo quando il minivan era al completo, siamo partiti, con sottofondo di musica latina offerto dalla “radio diferente para gente inteligente“. La seconda volta, a Colcamayo, è stato uno di quei viaggi che fanno il viaggio. Siamo partiti in 4  con destinatione Hidro. Finalmente un bel viaggio comodo, un pullmino da almeno 10 posti, l’ideale dopo le terme. Poi arriviamo a Santa Teresa e iniziamo a girare cercando qualcosa, facciamo allegramente il giro di una piazza contromano, ci fermiamo davanti a una casa dove l’autista scende e citofona. Risale e finalmente abbiamo una direzione: un altro pullmino, con dentro 2 passeggeri, su cui ci invitano a salire. I due autisti si mettono d’accordo, noi paghiamo il primo (ci possiamo fidare o ci inganneranno? Alla fine la risposta giusta è stata sempre la prima), pronti, via. Per modo di dire. Il secondo pullmino inizia il giro del paese (in realtà i 2 passeggeri ci avvertono che loro sono già lì da mezz’ora…), con un bambino affacciato al finestrino a gridare “Hidro! Hidro!”. Alla fine raccattiamo una varia umanità, ma niente, non siamo ancora pieni. Non ci resta che dedicarci al trasporto merci. Ci fermiamo davanti a un negozio e carichiamo acqua, coca-cola, frutta e confezioni di Inka Cola. Durante uno di questi spostamenti collettivi abbiamo incontrato 4 americani imbufaliti perché il mezzo aveva 45minuti di ritardo e protestavano al grido “people have plans, people have agendas”. Come ogni anno, la mia agenda l’avevo lasciata a casa.

 

  • Ho visto Machu Picchu: sì, è una delle meraviglie del mondo “moderno” e non ho nient’altro da dichiarare

Su Flickr ho pubblicato un set delle foto di viaggio.

Su Google Maps, l’itinerario e informazioni pratiche di viaggio.


View Perù 2012 in a larger map

Il bello del filtro: il fenomeno Instagram

§ luglio 23rd, 2012 § Filed under Advertising, Apps, Cinema, Social Media § Tagged , , , , , , , , , § No Comments

Che io sappia, non esistono statistiche del proprio iPhone. Non mi è dato conoscere quante volte al giorno lo guardo, quanto tempo ci passo, quali sono le attività che faccio più spesso, quali le applicazioni su cui resto più a lungo. E forse è una fortuna, perché potrei scoprire cose di me che non sono ancora pronto a sapere.

Certo, se dovessi scommettere, punterei 4,99 su Instagram come mix vincente di frequenza e durata. Ormai ho chiuso in un cassetto la Lumix, che tante soddisfazioni mi ha dato, guardo con rammarico la Lomo, che sempre più spesso resta a casa nonostante gli scatti di amici appesi alla parete e raccolti su Flickr, e viaggio solo con l’iPhone: probabilmente il numero di foto che faccio e che guardo online supera giornalmente il numero di chiamate che faccio e ricevo.

Io non rappresento certo la misura del successo di un’applicazione, ma lo sono il fatto che ad aprile Facebook abbia comprato Instagram per un miliardo e che qualche giorno fa Instagram abbia festeggiato un miliardo di foto condivise. Tanto è già stato scritto sui motivi del suo successo, per cui mi limito a ricordare alcuni fattori a mio avviso fondamentali: l’estrema semplicità di utilizzo, l’immediata possibilità di migliorare le proprie immagini senza particolari expertise tecnologiche, un’ottima qualità di realizzazione e il piacere di condividere le foto e guardare quelle altrui.

In particolare quest’ultimo aspetto rileva insight interessantissimi sulla natura umana (mi viene quasi voglia di fare una tesi in sociologia dal sapore geek): su Instagram ci si può fare facilmente un’idea generale al di là degli amici stretti, dato che, se non diversamente deciso, il proprio profilo è pubblico e tutti possono trovare le foto degli altri, seguendo i like tra contatti comuni, gli hashtag utilizzati o l’ambita pagina delle foto Popular.

Popular Photos - 22 luglio 2012

Che cosa fotografano le persone, cosa prediligono condividere e che cosa attira i maggiori favori?

Vi sono alcuni classici dell’animo umano che non mancano nemmeno su Instagram: tramonti mozzafiato, cuccioli coccolosi e monumenti da cartolina. Ovviamente anche il cibo è sempre molto popolare, ma già qui mi sembra di notare due categorie di particolare interesse: le personali creazioni culinarie e le colazioni come dio comanda. Food blogger di tutto il mondo hanno quindi un altro modo di mostrare le proprie abilità, di attrarre nuovi lettori e spesso anche di migliorare la qualità delle immagini pubblicate nei post (fare belle foto al cibo è davvero difficile senza quei magici filtri). Le colazioni “a modo” sembrano essere invece un irresistibile oggetto di condivisione per chiunque abbia l’applicazione: sarà il piacere di trattarsi bene al risveglio, sarà che è un pasto spesso sancisce la differenza tra settimana e weekend o tra lavoro e vacanza, sarà che al mattino c’è un’ottima luce per fotografare, fatto sta che cappuccini, marmellate, leziose tavole apparecchiate con tanto di libri e fiori la fanno da padrone. Complimenti quindi a quei buongustai di Breakfast Review che hanno creato un hashtag per importare sul loro sito le foto di questo pasto così fotogenico. Ma in qualche modo anche la catena di hotel NH  ha capito che la mattina è un momento d’oro per coinvolgere i propri clienti e tramite l’hashtag #WakeUpPics è riuscita a raccogliere foto di risvegli nei propri Hotel, protagonisti di una mostra fotografica a Madrid.

Oltre al nostro stomaco c’è un’altra parte del corpo che esercita una grande attrazione fotografica: i piedi. Nudi, con scarpe, in mezzo alla sabbia, fuori dalla vasca, appoggiati a una ringhiera, sembrano essere diventati la metonimia dell’hipster fotografo. Ecco perché sembra assolutamente naturale guardare le foto di brand come Converse e adidas Originals e taggare le proprie scarpe con i loro hashtag. Ma anche marche meno note possono trovare un terreno particolarmente fertile. È il caso di Rebecca Minkoff, un brand di accessori che grazie all’uso di Instagram ha visto crescere improvvisamente la vendita delle proprie scarpe. Da quando la stilista ha pubblicato “the shoe of the day”, il numero di like e commenti alle sue scarpe è andato crescendo progressivamente. Attorno a queste foto di scarpe si è formata una community spontanea che ormai è usata dall’azienda come “tester” in real time del gradimento delle nuove creazioni e come consumatori da indirizzare ai retail in cui i prodotti vengono venduti.

ricerca #converse luglio 2012

L’ultima tipologia di foto che mi incuriosisce ha come oggetto i contenuti di intrattenimento. Mi capita sempre più spesso di mettere like a foto di locandine dei film, scattate prima di entrare in sala, o a immagini dello schermo televisivo che trasmette la prima puntata di una nuova serie, o la scena di un vecchio film entrata nella storia del cinema. Qui non c’è più nessuna velleità artistica, ma solo il desiderio di fare sapere che cosa ci piace, che cosa scegliamo, e quindi di attirare gli apprezzamenti di chi ha i nostri stessi gusti. In un mondo in cui i contenuti si rinnovano e si superano a velocità frenetiche e in cui vedere un episodio con un giorno di ritardo è considerato da perdenti, le immagini sono il modo più rapido per dire io sono già in sala, l’ho già scaricato, so già come va a finire. Le foto battono addirittura Twitter in quanto a velocità e sintesi, e consentono di essere meno banali con minore sforzo.

Si aprono quindi nuove possibilità per i produttori di contenuti, come nel caso della CBS con la serie NCIS: Los Angeles, che ha mostrato ai fan immagini del dietro le quinte scattate dal cast e ha dato agli stessi fan la possibilità di avere una propria foto mostrata durante la puntata finale, usando l’hashtag #NCSILA.

 

Insomma, le 50 milioni di persone che fino a oggi hanno condiviso almeno uno scatto su Instagram fanno gola a tante aziende, ma come sempre negli ambiti social la regola aurea è la rilevanza. A qualunque azienda volesse aprire un profilo e dialogare con le persone, suggerirei prima di guardare cosa gli instagrammers stanno già condividendo e quali hashtag stanno andando per la maggiore. Qualche esempio, per giocare: a un brand di cosmetica possono interessare le migliaia di foto scattate allo specchio (in primis in bagno, ma non solo) da fanciulle di tutto il mondo, sempre alla ricerca di nuovi spunti per mettere online il proprio faccino finto imbronciato, quasi sicuramente di trequarti; alle compagnie aeree possono interessare gli splendidi panorami che vengono fotografati dal finestrino non solo dai viaggiatori, ma anche da hostess e steward (pare che tra decollo e atterraggio non facciano altro). Se già i propri dipendenti sono su Instagram a scattare meraviglie, allora si ha davvero l’occasione di mostrare qualcosa di rilevante.

 

Io, nel mio piccolo, mi offro come testimonial per compagnie di barche alla deriva, spazzaneve e bagnini.

my top photos on Instagram

L’Italia e il cinema televisivo

§ marzo 26th, 2012 § Filed under Cinema § Tagged , , , , , , , , , , , , , , § No Comments

Secondo la ricerca Istat “Noi Italia” il cinema è la nostra principale attività culturale fuori casa: un italiano su due nel 2011 ha visto un film sul grande schermo, con un aumento di più del 10% dal 1993.

Del resto abbiamo alle spalle una gloriosa cinematografia, un importante festival internazionale e artisti apprezzati dentro e fuori i confini nazionali. Eppure nel 2011 si sono staccati meno biglietti rispetto al 2010. Colpa della crisi economica? Sicuramente in Italia l’instabilità finanziaria non aiuta i consumi culturali: ormai una famiglia che vuole andare a vedere un film in 3D spende tra una cosa e l’altra 50€ per una serata fuori casa.

Il 2011 è stato però un anno economicamente incerto per tutti i grandi paesi europei, eppure altrove il cinema non ha avuto la stessa battuta di arresto. Il problema è che non solo noi italiani partiamo da una bassa spesa pro capite per i consumi culturali (Istat ci ricorda che è un indicatore chiave del welfare nel lungo periodo), ma sembriamo anche reattivi a tagliare ulteriormente questa spesa quando il futuro si fa incerto.

Se infatti confrontiamo i biglietti staccati nel 2011 rispetto al 2010 nei principali mercati europei emergono questi risultati:

Country Admissions Var. 2011 vs. 2010
101,3 MIO -7,9%
215,6 MIO 4,2%
171,6 MIO 1,4%
129,6 MIO 2,4%
94,4 MIO -7,1%
30,4 MIO 8,0%
960 MIO -0,4 %

Il totale Europa segna dunque un leggero decremento soprattutto per via di Spagna e Italia. Ci stiamo quindi allontanando dai consumi cinematografici dei più dinamici paesi europei? Succede solo per un taglio delle spese “superflue”? Quali conseguenze può avere sul livello di cultura generale delle persone?

Un altro aspetto molto interessante è la classifica dei top ten nei diversi paesi.

Top 10 2011
1 Che bella giornata Quasi Amici Harry Potter 7- Parte 2 Harry Potter 7- Parte2
2 Harry Potter 7- Parte 2 Niente da dichiarare Il discorso del re I Pirati dei Caraibi 4
3 Immaturi Harry Potter 7- Parte 2 The Inbetweeners Movie Kokowaah
4 Qualunquemente Le Avventure di Tintin I Pirati dei Caraibi 4 Una Notte da leoni 2
5 Breaking Dawn- Parte 1 I Pirati dei Caraibi 4 Una Notte da leoni 2 Transformers 3
6 I Pirati dei Caraibi 4 Il Gatto con gli stivali Breaking Dawn- Parte 1 Il Gatto con gli stivali
7 Sherlock Holmes 2 Breaking Dawn- Parte1 Transformers 3 Breaking Dawn- Parte1
8 Femmine contro maschi Il Pianeta delle scimmie Sherlock Holmes 2 I Puffi
9 Kung Fu Panda 2 Il Discorso del re Le Amiche della sposa Fast & Furious 5
10 Fast & Furious 5 Cars 2 Il Figlio di Babbo Natale Il Discorso del re

Leggendo la classifica italiana emergono, a mio avviso, due macro tendenze.

  1. La prima, già ampiamente affermata sul mercato internazionale da anni, è il successo dei sequel, che in qualche modo sono diventati un genere a se stante. Tutti i film stranieri nei primi 10 appartengono in un modo o nell’altro a tale categoria: questo è un aspetto positivo per i produttori di cinema, che si trovano così a fare investimenti “sicuri” e duraturi nel tempo, ma temo sia anche un limite per idee nuove e sceneggiature non già affermate.
  2. La seconda tendenza è la forte presenza in classifica di personaggi televisivi: da Zalone, a Bisio, Ambra, la Littizzetto, Albanese, Luca e Paolo, fino ai Soliti Idioti appena fuori dal podio, sono tutti protagonisti dell’intrattenimento affermatisi grazie soprattutto al piccolo schermo.

E forse tra le due tendenze ci dei punti di contatto: gli italiani vanno al cinema a vedere film già noti o dove si pensa di andare sul sicuro perché vi recitano personaggi conosciuti in TV. La televisione può avere un ruolo importante anche per i sequel, poiché in molti casi ottengono più successo del primo capitolo: alcuni guardano il numero 1 sul divano di casa, e se poi piace vanno a vedere il seguito al cinema.

È così anche negli altri paesi? Per la Francia è stato un anno incredibile, non tanto per il giustamente premiato “The Artist”, solo 24esimo al box office, quanto per “Quasi Amici” (Intouchables), enorme successo europeo, e anche per “Niente da dichiarare” dello stesso regista di “Giù al Nord”. “Quasi amici” è un caso interessante, poiché è un film tratto da un romanzo con protagonisti un tetraplegico e un uomo di colore. Certo, anche in questo caso la TV ha un ruolo influente, dato che il protagonista Omar Sy è un celebre attore comico di Canal+, ma la storia ha dimostrato un appeal più ampio dei confini di produzione, come testimonia il grande successo in tutti i mercati europei.  E anche “Niente da dichiarare” sancisce la popolarità di Dany Boon, attore, regista e sceneggiatore affermatosi proprio grazie al cinema.  Significativo ancora una volta che da noi sia stato scelto Bisio, star della comicità televisiva, per la trasposizione italiana del film.

In UK dietro a Harry Potter hanno sbancato al botteghino “Il discorso del re”, e “The Inbetweeners Movie”: se il primo è una produzione cinematografica con un cast eccellente su un emozionante momento storico (e la storia è maestra di vita per tutti, si sa), il secondo è la trasposizione cinematografica di una serie televisiva. Quindi la TV “orienta” il cinema come da noi? C’è una bella differenza. Parliamo di una serie alla terza edizione, pluricandidata ai BAFTA e premiata dal pubblico; quale serie tv italiana potrebbe andare al cinema e riempire le sale facendosi pagare un biglietto? Ci ha provato da noi il divertente Boris, ma con risultati purtroppo deludenti. “Inbetweeners” si inserisce inoltre nel filone delle serie tv inglesi che stanno appassionando pubblici di tutto il mondo, come “Misfits” e “Sherlock Holmes”. È vero che queste serie hanno il vantaggio della lingua inglese, che le rende immediatamente accessibili a un vasto pubblico mondiale, ma se tanti le vedono è perché in UK anche la TV sta portando avanti linguaggi verbali, di scrittura e registici innovativi e originali e quindi vale la pena anche pagare il biglietto per andare al cinema.

Per concludere la panoramica europea, al box office tedesco ha trionfato “Kokowaah”, un film sul rapporto tra un padre e una figlia nata da un’avventura di una notte. Si tratta in questo caso del successo di un autore e attore puramente cinematografico che ha saputo divertire e emozionare milioni di tedeschi.

Sembra insomma che gli altri grandi mercati abbiano un legame meno forte con il mondo televisivo o che sappiano produrre contenuti televisivi con un taglio e un appeal cinematografico.

L’elemento che invece accomuna tutte le classifiche è l’importanza dei blockbuster americani, capaci di portare nelle sale un vasto pubblico, dai giovani, alle famiglie, ai più anziani. Diventa allora sempre più strategico fare uscire i film in altri paesi il più vicino possibile alla data americana, per evitare che gli spettatori più tecnologici e disinvolti si attrezzino alla visione autonomamente, appena il film è disponibile sul celebre torrente…

Per concludere, non è certo un caso che proprio Italia e Spagna abbiano avuto un calo di biglietti venduti, ma oltre a biasimare la situazione economica, è possibile pensare a strategie per portare più persone al cinema?

Come già detto occorre probabilmente ripensare al frequente modello di importazione dei film mesi dopo l’uscita in US, che può essere controproducente per gli incassi finali dei film in lingua inglese. Inoltre, anche la presenza nelle nostre sale di alcuni titoli in lingua originale può essere un deterrente alla pirateria, e in generale per una fetta di pubblico uno stimolo a godere di alcuni titoli sul grande schermo. Internet ha infatti modificato le abitudini di consumo dell’entertainment e una fetta sempre più significativa e commercialmente (e culturalmente) importante della popolazione vede tranquillamente film e serie sottotitolate, godendosi la recitazione originale: da Lost in poi è cambiata la percezione del tempo che è lecito attendere per vedere quello che piace ed è già disponibile da qualche parte in inglese.

Inoltre, il fatto che il nostro cinema sembra essersi così appiattito sulla TV non potrebbe lasciare insoddisfatta una fetta di pubblico che vorrebbe sì titoli italiani, ma magari anche di altri generi oltre alla comicità da canale generalista?

Infine, se è dalla TV che oggi nasce il cinema (e se il piccolo schermo non è più il viale del tramonto delle star del cinema), allora l’attuale banalità e ripetitività dei contenuti televisivi non rischia alla lunga di danneggiare anche la qualità del nostro cinema? Forse oggi la strada per un cinema migliore passa anche per un nuovo ruolo della TV come luogo in cui si sperimentano e introducono nuovi linguaggi.

 

Le tabelle sono frutto del duro lavoro di Mauro Tosca.

Fonti: per i dati italiani Audimovie, per i dati europei Euromed Audiovisual.

Volevo essere l’Academy

§ febbraio 26th, 2012 § Filed under Cinema § Tagged , , , , § No Comments

Il Guardian ha pubblicato un bell’articolo con le previsioni di chi vincerà l’Oscar 2012 e le opinioni su chi lo meriterebbe e chi invece avrebbe dovuto essere almeno un contendente.

Dato che le liste e le classifiche mi divertono molto, copio l’idea, ma ci aggiungo anche il tifo contro: vorrei che vincesse, sarà il vincitore, purché non vinca.

 

Miglior Film:

Vorrei: The Artist

Sarà: The Artist

Purché non: Hugo Cabret

 

Miglior Attore:

Vorrei: Jean Dujardin

Sarà: Jean Dujardin

Purché non: vanno bene tutti

 

Miglior Attrice:

Vorrei: Rooney Mara

Sarà: Viola Davis

Purché non: vanno bene tutte

 

Attore non protagonista:

Vorrei: Max Von Sydow

Sarà: Jonah Hill

Purché non: vanno bene tutti

 

Attrice non protagonista:

Vorrei: Berenice Bejo

Sarà: Octavia Spencer

Purché non: Melissa McCarthy

 

Regia:

Vorrei: Terrence Malick

Sarà: Alexander Payne

Purché non: Martin Scorsese

 

Sceneggiatura originale:

Vorrei: The Artist

Sarà: The Artist

Purché non: Midnight in Paris e Bridesmaids (Le amiche della sposa)

 

Sceneggiatura non originale:

Vorrei: Moneyball

Sarà: The Descendants (Paradiso Amaro)

Purché non: Hugo Cabret

 

Insomma, non so se si è capito, ma faccio un leggero tipo per The Artist, per l’adorabile baffetto di lui, il sorriso di lei e il loro tip tap che mi ha dato una sensazione di felicità. Il cast femminile di The Help è stato molto e giustamente applaudito in America e non ho nulla da ridire, anzi. Che invece Allen possa vincere una statuetta per quel temino scolastico che è Midnight in Paris mi pare ridicolo. Hugo Cabret non lo prendo nemmeno in considerazione nella carriera di Scorsese. Bridesmaids mi ha fatto molto meno ridere delle battute di Geppi Cucciari in tv.

Per la regia ho scelto Malick fondamentalmente perché non so scrivere il regista di The Artist.

Il post in cui faccio lo spin-off come Joey

§ febbraio 21st, 2012 § Filed under Varie e eventuali § Tagged , , , , § No Comments

Spero però che mi vada meglio del povero signor Tribbiani.

Ho creato un fratello grasso di questo blog, un posto in cui racconto quello che provo a cucinare, che mi dà soddisfazione da mangiare e che qualcuno è disposto a fotografare. Si chiama Cantarelle, da un suggerimento di Tostoini: “serve un nome dialettale di qualcosa da mangiare della tua zona che non suoni Suor Germana e che ti piaccia”.

Attenzione, sarà un blog ad alto tasso di carboidrati.

Qui si va avanti (ogni tanto) a parlare di giochi, comunicazione e un po’ di viaggi.

Libro o e-book? La lezione dei cervi

§ dicembre 12th, 2011 § Filed under Book, Education, Research § Tagged , , , , , , , , , § 5 Comments

Il 2011 è stato un anno chiave nell’equilibrio dei rapporti tra libri e e-book: a febbraio, per la prima volta, gli ebook sono diventati la categoria di libri più venduta nel mercato americano superando i tascabili. Secondo la Association of American Publishers questo sorpasso è avvenuto non a caso dopo le feste, che sono sempre un’ottima occasione per introdurre nuove tecnologie e nuove abitudini di consumo grazie ai regali di Natale.  Il fenomeno inoltre non riguarda solo il mercato americano: anche in UK Quercus, la casa editrice della trilogia di Larsson, ha dichiarato di attendere il 10% degli incassi nel 2011 proprio dagli ebook.

Dobbiamo quindi prepararci ad assistere al lento ma inesorabile declino dell’oggetto libro? Personalmente credo che i libri, vedendo arrivare una nuova specie nel loro regno, impareranno ad evolversi adattandosi ai mutamenti circostanti: il darwinismo non vale solo per il regno animale e vegetale, ma anche per i media. Proprio un esempio di Darwin, ovvero l’evoluzione nel tempo dei cervi maschi finalizzata alla seduzione, può aiutarci a capire un’attuale tendenza del marketing editoriale.

Come infatti i cervi maschi per aumentare l’attrattiva esercitata sulle femmine hanno dovuto sviluppare dei palchi (corna) tanto ingombanti da sembrare quasi in contrasto con la sopravvivenza individuale, così la seduzione del vecchio libro verso il suo nuovo lettore sembra affidarsi al potenziamento di un ornamento che l’ebook non può eguagliare: la copertina.

Un interessante articolo del Guardian evidenzia che quest’anno, per la prima volta, il vincitore del Booker Prize ha ringraziato la “book designer” per avere trasformato la sua storia in un bell’oggetto. Sembra che questo gesto di Julian Barnes, mettendo il book designer allo stesso livello di un editore e di un agente, abbia simbolicamente sdoganato la legittimità di giudicare un libro dalla e per la sua copertina. La tendenza sarebbe quella di prestare almeno la stessa attenzione alla forma che al contenuto? Pare di sì a giudicare dagli scaffali delle librerie anglosassoni, dove nell’ultimo anno si sono viste incisioni su legno e lino da parte della Faber per i classici della poesia, fascette dorate attorno alla nuova biografia su Dickens che rendono il libro già pronto per in Natale mentre è ancora sugli scaffali, fino ai notevoli risguardi della Persephone Books in tessuto o cotone a seconda del materiale che meglio si adatta al tema del libro; inoltre la copertina diviene sempre più un modo per suggestionare il futuro lettore sul tipo di libro che andrà a leggere, come nel caso dell’edizione inglese di 1Q84 in cui non si capisce bene se siano una o due persone quelle che ci stanno guardando.

 

Insomma, se il contenuto libro sta diventando ormai intercambiabile tra la versione cartacea e quella digitale, allora diventa ancora più importante l’oggetto libro.

Non è mia intenzione catalogare ed esaurire le differenze principali tra i due formati, ma dopo avere tenuto in mano e ammirato un Kindle, mi sono resto conto di alcuni suoi limiti, che sono poi possibilità di darwiniana sopravvivenza per i libri:

la mancanza di fisicità  l’odore  il tatto sulle pagine  il colpo d’occhio di quanto ho letto  il colpo d’occhio di quanto mi manca  la possibilità di archiviarlo nella mia libreria il senso generale di quanto ho letto finora avere il piacere di mostrare agli altri che l’ho letto, che ce l’ho  fare nascere conversazioni per il fatto che è un oggetto presente tra noi  avere un’idea delle persone a partire da quello che leggono e quello che espongono  sbirciare per pura curiosità quello che leggono gli estranei sui mezzi di trasporto  la copertina

Quindi avremo copertine così belle e materiali così gratificanti da rendere il libro digitale inutile o secondario?

Certamente no: pare infatti che come la copertina per la sua stessa presenza possa essere un asso nella manica del libro tradizionale, così per la sua stessa assenza possa fare la fortuna di particolari generi letterari: in primis il romanzo rosa.

Rouge Romance, una collana di libri che si definisce “sexier, longier and 100% more romantic” vende più di una copia su dieci in formato digitale e il trend sta crescendo. Random House, la collana che li pubblica, ha infatti scoperto che i lettori di romanzi rosa sono stati tra i primi a passare agli e-book, tanto che addirittura un lettore su sette ne ha letto almeno uno durante l’anno. Mills & Boon, un’altra casa editrice specializzata in questo genere, pubblica circa cento e-book al mese, più di quanto faccia con la stampa tradizionale, e registra tra i maggiori successi di vendite di tutto il mercato.

Perché? Perché gli e-book risparmiano a questi lettori la seccatura di dovere nascondere la copertina (che, diciamolo, nella maggior parte dei casi sono immagini imbarazzanti di donne con la permanente avvinghiate a uomini villosi in scenari improbabili) quando sulla metro si incontrano persone come me che hanno il vizio di sbirciare e di potersi godere il proprio romanzo nel più completo anonimato.

Certo, questo non è sicuramente l’unico motivo che porta al successo del formato digitale, ma come dice il direttore di Mills & Boon “ebooks are an especially good fit for erotic romance because women (and men) can buy them in the privacy of their own homes. Now, with ebook readers, our readers also can read their books in public without anyone knowing what they are reading”.

Una rapida ricerca su google immagini ci regala queste notevoli copertine della Mills&Boon, che avremo la fortuna di sbirciare sempre meno in futuro:

 

Insomma, probabilmente siamo molto orgogliosi di mostrare in giro che stiamo leggendo il vincitore dell’ultimo premio letterario e preferiamo regalare una copia accattivante se vogliamo fare colpo su qualcuno, ma abbiamo voglia di leggere anche libri meno prestigiosi, magari da scambiare di nascosto con chi condivide la stessa passione. Ed è proprio in questo confine tra l’esibizione e l’imbarazzo che il libro cartaceo e quello digitale trovano un terreno di convivenza e perfezionano la lezione dei cervi: per sedurre si ornano di palchi robusti e imponenti (size matters), ma poi sono capaci di toglierseli quando preferiscono non dare nell’occhio e godersela in santa pace.

Il post con la torta islandese al rabarbaro

§ novembre 16th, 2011 § Filed under Ricette, Viaggi § Tagged , , , , , , , , § 1 Comment

Se sei stato anche tu un bambino che non mangiava tutto, ti sei sicuramente procurato sgridate e castighi, ma soprattutto prima o poi hai pensato “quando sarò grande mangerò solo quello che decido io e saranno cotoletta e patatine tutti i giorni”. La cosa meravigliosa è che poi cresci e scopri che hai ignorato cibi meravigliosi per anni e senti di poterli mangiare compulsivamente perché devi recuperare gli arretrati.

Recentemente mi è scattata la passione per la zucca (quanti autunni di giovinezza buttati!) e soprattutto, dopo un viaggio in Islanda, anche per quello sconosciuto del rabarbaro: in quest’ultimo caso devo dire che non è propriamente un alimento frequente sulle tavole dei bambini romagnoli.

 

Un giorno, mentre ci dirigevamo al Landmannalaugar, siamo finiti in questo ristorante islandese immerso nella tipica natura incontaminata, con i tipici cavalli a zonzo, con la tipica mostra audiovisiva sui vulcani e la tipica cameriera/cassiera/bigliettaia sorridente e un po’ svampita. Arrivati al dolce, la bionda indigena ce li elenca e molto molto timidamente ci dice che, se può consigliare, lei prenderebbe *qui viene pronunciato qualcosa di incomprensibile*, perché è un dolce tipico. Ci gustiamo una specie di crostata scura con una marmellata che non riconosco, non troppo zuccherina, tutta circondata di panna. Vediamo la cameriera/cassiera/bigliettaia gironzolarci intorno, con quel modo che hanno i timidi di fare capire che vorrebbero dire qualcosa. Le ci voleva un sorriso per venirci a chiedere com’è, che ne pensiamo, perché ecco l’ha fatta lei, è proprio il vero dolce  islandese con la marmellata di rabarbaro di cui sono orgogliosi.

Io, che non aspettavo altro che di innamorarmi di un nuovo cibo, ho poi passato tutta la vacanza a mangiare ildolcedalnomeimpronunciabile che indicavo miseramente con il ditino quando lo vedevo in vetrina; alla fine in un altro piccolo paesino (si possono chiamare paesino quattro case sparse, una tavola calda, un fiumiciattolo e tanta natura?) mi sono fatto scrivere il nome sul retro di uno scontrino – Hjonabandssaela –  e ho comprato due vasetti di marmellata per rifarlo a casa.

[E meno male che l'ho fatto! Pare che in Italia la marmellata di rabarbaro  sia come il buon senso o il biondo naturale: c’è chi ce l’ha, ma non è così facile da trovare e spesso sotto si cela l'inganno. Dato che i vasetti stanno finendo, se qualcuno sa dirmi dove procurasela, suo è il regno dei cieli e anche una fetta di torta.]

Dopo varie letture online, ho provato a rifare la Hjonabandssaela, che significa dolce della felicità coniugale, ed è venuta proprio bene. La ricetta che ho seguito è un misto di quella “originale” trovata online e di aggiunte personali ispirate alla Linzer:

200g di fiocchi di avena

100g di farina 00

100g di farina 0

100g di zucchero di canna

mezzo cucchiaino di bicarbonato

un cucchiaino di lievito per dolci

125g di burro morbido

1 uovo intero

1 tuorlo

marmellata di rabarbaro (quanta ne trovate…)

 

Come si fa?

Prima ho messo in una larga ciotola tutti gli ingredienti secchi (avena, farine, zucchero, bicarbonato, lievito) e ho mescolato con le mani, perché c’era scritto così e perchè a me piace toccare gli ingredienti.

Poi ho tagliato a pezzetti il burro morbido e ho amalgamato il tutto, creando un impasto sbricioloso. Infine ho aggiunto l’uovo intero e il tuorlo con cui ho compattato tutti gli ingredienti, facendo una palla compatta.

Ho imburrato e infarinato una teglia da crostata di 22cm, ho tagliato 2 terzi della pasta e l’ho stesa lì dentro direttamente con le mani. Poi ho spalmato la marmellata di rabarbaro, leccando più e più volte il cucchiaio, e alla fine ho creato delle listarelle tipiche da crostata con la pasta rimasta. In alternativa si può anche sbriciolare sopra il rimanente impasto, tipo crumble.

Ho cotto il tutto in forno ventilato a 200gradi per circa 20 minuti: basta controllare quando la pasta diventa scura e togliere prima che si bruci.

Essendo una torta non particolarmente dolce, si accompagna molto bene alla panna o al gelato.

 

Quando la offrirete agli amici, siete liberi di chiamarla Hjonabandssaela, oppure dolce delle felicità coniugale, oppure torta al rabarbaro di Maurizio.

la ricetta in immagini

(Tren)Italia coast to coast

§ novembre 2nd, 2011 § Filed under Varie e eventuali, Viaggi § Tagged , , , , , , , , , , , , , § No Comments

Di come la curiosità, l’ostinazione e la fortuna alla fine portino il viaggiatore a destinazione.

Mettiamo il caso che uno voglia andare in treno da Rimini a Genova, anzi per l’esattezza a Camogli, per dare un colpo all’Adriatico e uno al Tirreno nei giorni di festa.

Il viaggiatore abbastanza evoluto va sul sito di Trenitalia e scopre, con sorpresa, che la soluzione consigliata dura 5ore e 23minuti, ti fa rimbalzare addirittura su Milano e soprattutto costa quasi 60€. A Milano? 60€? Per fortuna il nostro viaggiatore era già andato in Liguria e ricorda vagamente traiettorie per Voghera e Tortona. Insospettito, si agita, guarda meglio e nota il tasto “tutte le soluzioni”: qui scopre che c’è una combinazione possibile che parte un po’ prima, arriva leggermente prima, dura 5ore e 42minuti, e soprattutto costa solo circa 30€.

Trenta euro per venti minuti di differenza sembrano decisamente un affare. Il problema è che questo viaggio prevede ben due cambi: uno a Piacenza con nove minuti di tempo e un altro ad Alessandria con soli sei minuti.  Il nostro viaggiatore riflette che quei soldi sono una cena completa e buonissima da Chiapparino e decide di osare, seccato perché la soluzione largamente più conveniente non viene mostrata insieme alle altre. È un suo diritto decidere se vuole rischiare di restare bloccato per sempre in un fazzoletto di terra tra Emilia-Lombardia-Piemonte-Liguria.

Prova a prendere il biglietto online, ma bizzarramente nel menu a tendina non compare la tariffa standard, l’unica che gli servirebbe, ma solo una serie di tariffe non proprio intuitive e che non lo riguardano. L’ostinazione dilaga e il viaggiatore va a fare il biglietto in stazione nella macchinetta automatica, dove comunque sarebbe dovuto passare con il codice prenotazione perché il ticketless non vale per i treni regionali.

Acquistato il biglietto, il viaggiatore parte con il regionale per Piacenza in perfetto orario. A bordo, aiutato o sobillato dalle diavolerie tecnologiche, inizia a seguire il viaggio passo a passo con l’applicazione Pronto Treno, che lo aggiorna in tempo reale e piuttosto bene sull’arrivo e la partenza previsti, e diventa quasi un gioco in ogni stazione. Fuori bellissime immagini di foglie autunnali e nuvole leggere. Dentro una signora salta la propria fermata e ride serena, pensando che il treno fermasse anche a Sant’Ilario, stazione che al nostro viaggiatore fa sempre venire in mente De Andrè e le puttane, con tutto il rispetto per l’adorabile signora che viaggia col sorriso sulle labbra.

Il treno, occorre dirlo, spacca letteralmente il minuto a ogni stazione e si avvicina a Piacenza. Il nostro viaggiatore inizia a controllare l’altro treno che deve prendere, il Piacenza-Torino con fermata ad Alessandria, e anche quello pare puntuale. Il viaggiatore sente il messaggio “siamo in arrivo nella stazione di Piacenza, termine corsa del treno” e si alza. Tira giù la valigia e sente un secondo annuncio: “il treno prosegue per Torino e ferma a blablabla”. Un momento, è esattamente il treno con cui avrebbe il cambio. Il viaggiatore nota che la maggior parte delle persone è ancora seduta e questo è effettivamente strano per un treno al capolinea. Allora chiede lumi alla propria vicina che gli risponde: “sì, questo treno fa così: a Piacenza cambia numero,  ma non si ferma mica, prosegue per Torino”. La notizia è ottima, però al viaggiatore girano un po’ le scatole, dato che la soluzione che Trenitalia non proponeva ha in realtà un cambio solo esattamente come quella con rimbalzo a Milano, quindi tutto sommato non così scomoda! La spiegazione che si dà è questa: non esistendo più i treni interregionali, il treno sembra finire a Piacenza, ma nella pratica alcuni viaggi interregionali esistono ancora con treni che cambiano numero, che quindi sembrano treni diversi, ma sono gli stessi di una volta.

Il viaggiatore prosegue per Alessandria con lo sguardo curioso di chi viaggia sempre sulla stessa linea e all’improvviso si trova in altre stazioni, per altri paesaggi. Continua il gioco del confronto tra due treni: il suo si ferma in aperta campagna e prende ritardo, mentre il treno da Torino viaggia improvvisamente in anticipo, il maledetto. Passa un controllore, il viaggiatore prova a fermarlo per chiedere informazioni e il controllore dice che non ha tempo in quel momento e che ripasserà. Passa un’altra stazione, secondo Pronto Treno i due treni arriveranno e ripartiranno da Alessandria esattamente alla stessa ora e quindi urge parlare con il capotreno, che non ripassa.

Il viaggiatore prende la sua roba, percorre tutto il treno e lo trova seduto comodamente a parlare con un collega. Si ricorda che occorre usare pazienza e cortesia con colui che ci può dare una mano, ma che potrebbe non farlo semplicemente perché ha il potere di non farlo. Racconta che deve fare un cambio per Genova, ma forse non avrà tempo. Il controllore risponde che le coincidenze non esistono più, il viaggiatore si scusa, sorride, dice di saperlo, ma che ecco, trattandosi davvero di un minuto alle volte succede che da un treno si chiami l’altro per sapere se può aspettare e dare il tempo alla gente di salire. Il capotreno si convince, chiama e ottiene risposta affermativa: l’altro aspetterà una manciata di minuti, quel che basta. Il viaggiatore va verso la porta e viene raggiunto da un signore dall’aspetto umile e modesto che lo ringrazia, perché anche lui aveva chiesto la stessa cosa al controllore che però gli aveva fatto spallucce. Cosa si diceva di chi può non aiutarti? Si aggrega anche una ragazza, che racconta che a lei succede spesso di fare questa corsa, e che in genere il treno aspetta, perché c’è un controllore che fa lo stesso cambio per scendere a Novi. Il viaggiatore si diverte molto con questi aneddoti locali e aggiunge che secondo il sito, se si perde “la coincidenza”, c’è poi un altro modo per arrivare a Genova ed è una combinazione di autobus fino a Tortona e poi da lì in treno. Chi lo sapeva e chi no: i viaggi sono così. A quel punto passa l’interlocutore del capotreno e avverte che il treno è fermo al binario 4. Gentilissimo.

Arrivano ad Alessandria, scendono, fanno il sottopassaggio, salgono sul binario 4 ed è fatta. Il viaggiatore sale in prima classe, perché nei treni regionali, quelli veri, la prima classe non esiste, ma a volte usano treni predisposti per averla, per cui tanto vale approfittarne. Si appiccica subito col naso al finestrino per la nuova tratta e la sua curiosità viene ampiamente ripagata quando il treno ferma, se gli credete, a Frugarolo Bosco Marengo e ci sono anche persone che ne approfittano per scendere. Il passo finale è il biglietto Genova-Camogli, che è un treno in partenza dal binario 2 sotterraneo, e quando il viaggiatore aveva provato a comprarlo online, di nuovo il sito dava due cambi e non lo faceva acquistare, perché considera Genova Principe e Genova Principe Sotterranea come due stazioni separate, invece sono solo una scala mobile di differenza.

 

La morale è che il treno è partito da Rimini alle 15.53 come previsto ed è arrivato a Camogli alle 22.53 come previsto e nel complesso il viaggiatore ha fatto il coast to coast con 30€ in totale, che è poco. Il viaggiatore, però, voleva fare sapere che esiste un treno che termina la sua corsa, ma in realtà non la termina, che Principe e Principe Sotterranea sono la stessa cosa, checché se ne dica, che a volte online si trova tutto tranne la tariffa standard, che le coincidenze non esistono più, ma a volte i treni aspettano, e che nei regionali ci sono i sedili di prima classe anche quando la prima classe non esiste.

Elenco di cose imparate alle Faroe

§ agosto 30th, 2011 § Filed under Viaggi § Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , § 11 Comments

[Disclaimer: la passione per gli elenchi mi è venuta leggendo tempo fa il bellissimo libro di Erland Loe “Naif.Super” e mi sembra il caso di rispolverarla in seguito a un viaggio in alcuni paesi Scandinavi. In realtà ho scoperto sull'ottima free press islandese "The Reykjavik Grapevine" che c’è tutto un dibattito in corso se Islanda e Fær Øer facciano o no parte della Scandinavia, con un simpatico elenco di supporti e negazioni che sono certo piacerebbe a Loe].

Onestamente non avevo una chiara idea di dove e cosa fossero le Isole Faroe: possedevo solo un ricordo dall’atlante che me le metteva bene a nord e bene in mezzo a niente, e una recente notorietà per una partita di calcio.

Come a volte succede negli incontri fortunati con gli estranei, mi hanno sedotto e insegnato alcune cose che vorrei conservare:

  • Bisogna sapere cambiare idea per scoprire qualcosa di nuovo

Ci siamo trovati al porto di Klaksvik con qualche ora di attesa per prendere un traghetto e abbiamo chiesto informazioni per visitare Mykines il giorno dopo. Alle Faroe, dove il concetto di isola viene inteso nella sua purezza, ogni ufficio informazioni pare conoscere solo la propria zona e vive l’isolotto accanto come una meta esotica. Le varie chiamate ci hanno portato a scoprire che esistono solo due barche per andare e due per tornare, che non c’era più alcun posto per l’indomani, e che in giornata c’erano posti solo per andare, ma non per tornare. Poche cose accendono il desiderio quanto la scarsità e l’impedimento, per cui abbiamo capito che volevamo assolutamente andare a Mykines. Altro giro di chiamate e abbiamo scoperto che non era più possibile nemmeno dormire sull’isola, a meno che, ci informa la gentile signorina, non siamo disposti ad alloggiare in una unfinished house (sic) di un suo conoscente. Scusi, possiamo richiamarla tra qualche minuto? In quei minuti cinque persone si sono messe a disegnare sul cruscotto dell’auto uno scenario di unfinishness per capire se andare o no: il tetto è importante, il bagno pure, i materassi già meno, il resto non conta. Ci risponde che roof yes, wc yes, mattress on the floor. Allora cambiamo programma, rimandiamo il traghetto, rinunciamo alla notte già pagata, torniamo sui nostri passi, rifacciamo lo zaino, ci imbarchiamo da un diverso porto e scopriamo un’isola meravigliosa, con le nuvole che finalmente si aprono e il sole che ci mostra il mare, le rocce, i prati, gli animali, il faro, l’orizzonte.

  

  • A volte basta voltare angolo per trovare ciò che si cerca

A Mykines per imboccare la strada verso il faro occorre fare subito una grande salita, di quelle che sogni da piccolo con la neve se hai un bob o anche solo un sacchetto della spazzatura. Una volta messo in chiaro che per arrivare in fondo occorre sgobbare, si alternano tratti pianeggianti, scale e rocce a strapiombo sul nulla. Proprio ammirando il mare che batte la pietra che gli resiste, abbiamo avvistato le prime pulcinelle di mare, piccole e un po’ nascoste: è un’emozione inaspettata quando ti trovi davanti una nuova forma di vita per la prima volta e ti rendi conto di quanto noi siamo solo un esempio (ingombrante) di una varietà infinita. [Questo discorso non vale per tutta la varietà di blatte milanesi che non sono curioso di incontrare dal vivo]. Iniziamo a scrutarli da lontano, i fotografi si passano il tele, gli altri dicono che belli che sono, sommando l’immagine un po’ distante del presente alle fotografie viste prima di partire e si resta così, con i piedi ancorati all’erba e la faccia nel vuoto, a pensare ecco oggi è il giorno in cui ho visto una pulcinella di mare. Poi si cammina ancora un po’ e si volta un angolo. Lì, in un prato verdissimo, con una leggera pendenza come un trampolino appena usato, ci sono centinaia di pulcinelle che planano, atterrano, si guardano in giro. Gli cammini accanto, ti fermi tutto il tempo che vuoi e pensi ecco oggi è il giorno in cui ho camminato in mezzo a centinaia di animali che fino a ieri non avevo mai visto e che in realtà non si stavano nascondendo, si erano solo accomodati da un’altra parte.

  

  • Essere disposti a non avere il controllo aiuta a rilassarsi

Ormai ho imparato a giocare a tetris con il tempo. Posso segnarmi gli appuntamenti sulla posta elettronica e accedervi ovunque, posso farmi avvertire delle scadenze e di quello che devo fare, posso incastrare in un foglio online gli impegni miei e dei miei amici. Finisco per pensare che il tempo sia mio più di quanto sia viceversa. Poi arrivo alle Faroe e scopro che forse atterreremo, oppure no, e la cosa non è così improbabile e in tal caso andremo via nell’aeroporto più vicino, che non è nemmeno quello da cui siamo partiti, ma è in Scozia o in Norvegia: in cabina di pilotaggio fanno pari o dispari? Poi arrivo a Mykines e scopro che oggi la nave è riuscita ad attraccare, ma forse domani no, forse si resta lì, per un po’ di ore, per un giorno, per più giorni: tu lo sai dire quanto ci mette il mare a piegarsi ai nostri desideri? Devi sapere aspettare che si riparta e non prendere troppi impegni. Alla fine quando si arriva nell’unico “ristorante” e si chiede una cena per cinque e in tutta risposta la proprietaria, cuoca e cameriera apre il frigo e controlla quanti hamburger ha, non ti sorprendi nemmeno tanto e pensi che chi ha detto che volere è potere era probabilmente più un capriccioso che un saggio.

  

  • Dare fiducia degli estranei e ai marinai ti porterà lontano

Arrivi in aeroporto e cerchi la persona che immagini dovrà darti le chiavi dell’auto, ti chiama e passo a passo ti guida fuori dall’aeroporto, verso il parcheggio, verso una fila precisa, verso un’auto e dice ecco, aprila, le chiavi sono dentro, buona vacanza. Del resto, quando riconsegni l’auto, una esile ragazza ti chiede quante volte hai attraversato i tunnel a pagamento, tu rifletti, dici la cifra e lei dice quanto devi pagare: la soddisfazione non è risparmiare dei soldi, ma capire che la regola è fidarsi degli estranei. Ecco perché impari a entrare nelle case dove vedi la porta aperta per chiedere dove inizia il sentiero, o quando si avvicina un vecchio marinaio dagli occhi ancora vispi e che dell’Italia conosce Civitavecchia, gli dici marinaio, tu adesso dove andresti con questo sole splendido? E ti dirigi dove va lui a vedere il tramonto e resteresti lì per ore, ma tanto il sole sembra d’accordo, perché si sdraia incollato all’orizzonte finché gli va. Il marinaio lo aveva detto con orgoglio che quello era il suo posto preferito e che ha girato tanto ma sempre lì torna. La guida invece non diceva niente.

  

  • E se la morte può fare un po’ meno paura, allora davvero non so

Non so se mi angoscia di più la morte o i cimiteri, diciamo che già mi costa fatica scrivere entrambe le parole. Ogni volta che qui trovi un paese noti che le case si sparpagliano liberamente, come coriandoli gettati su un prato. Nessuna però si merita l’ultimo posto, quello più in basso, quello con la vista mare ininterrotta. Lì c’è la chiesa, ma anzi no, nemmeno la chiesa è l’ultima, perché dopo la chiesa c’è il cimitero ed è quello il punto più bello, accanto a cui ti viene voglia di sostare. Sarà anche che le croci sono sparpagliate come le case, come se ognuno volesse godere di una propria vista personale, anche a costo di stare un po’ storto. Non posso dire che sarei felice dell’idea di essere seppellito qui, perché sono un codardo che crede di non temere solo la vita eterna, ma penso che, se fossi seppellito qui, chi c’è ancora sarebbe meno triste a fermarsi e a passare un po’ di tempo accanto a me.

  

Per chi volesse una descrizione più dettagliata del viaggio, con spostamenti, passeggiate, nomi delle isole e dei luoghi che abbiamo visto, ho condiviso una mappa su GoogleMaps.


View Milano – Berlino – Copenaghen – Isole Faroe in a larger map

 

Quasi tutte le foto sono di Ishmael78

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