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(Tren)Italia coast to coast

§ novembre 2nd, 2011 § Filed under Varie e eventuali, Viaggi § Tagged , , , , , , , , , , , , , § No Comments

Di come la curiosità, l’ostinazione e la fortuna alla fine portino il viaggiatore a destinazione.

Mettiamo il caso che uno voglia andare in treno da Rimini a Genova, anzi per l’esattezza a Camogli, per dare un colpo all’Adriatico e uno al Tirreno nei giorni di festa.

Il viaggiatore abbastanza evoluto va sul sito di Trenitalia e scopre, con sorpresa, che la soluzione consigliata dura 5ore e 23minuti, ti fa rimbalzare addirittura su Milano e soprattutto costa quasi 60€. A Milano? 60€? Per fortuna il nostro viaggiatore era già andato in Liguria e ricorda vagamente traiettorie per Voghera e Tortona. Insospettito, si agita, guarda meglio e nota il tasto “tutte le soluzioni”: qui scopre che c’è una combinazione possibile che parte un po’ prima, arriva leggermente prima, dura 5ore e 42minuti, e soprattutto costa solo circa 30€.

Trenta euro per venti minuti di differenza sembrano decisamente un affare. Il problema è che questo viaggio prevede ben due cambi: uno a Piacenza con nove minuti di tempo e un altro ad Alessandria con soli sei minuti.  Il nostro viaggiatore riflette che quei soldi sono una cena completa e buonissima da Chiapparino e decide di osare, seccato perché la soluzione largamente più conveniente non viene mostrata insieme alle altre. È un suo diritto decidere se vuole rischiare di restare bloccato per sempre in un fazzoletto di terra tra Emilia-Lombardia-Piemonte-Liguria.

Prova a prendere il biglietto online, ma bizzarramente nel menu a tendina non compare la tariffa standard, l’unica che gli servirebbe, ma solo una serie di tariffe non proprio intuitive e che non lo riguardano. L’ostinazione dilaga e il viaggiatore va a fare il biglietto in stazione nella macchinetta automatica, dove comunque sarebbe dovuto passare con il codice prenotazione perché il ticketless non vale per i treni regionali.

Acquistato il biglietto, il viaggiatore parte con il regionale per Piacenza in perfetto orario. A bordo, aiutato o sobillato dalle diavolerie tecnologiche, inizia a seguire il viaggio passo a passo con l’applicazione Pronto Treno, che lo aggiorna in tempo reale e piuttosto bene sull’arrivo e la partenza previsti, e diventa quasi un gioco in ogni stazione. Fuori bellissime immagini di foglie autunnali e nuvole leggere. Dentro una signora salta la propria fermata e ride serena, pensando che il treno fermasse anche a Sant’Ilario, stazione che al nostro viaggiatore fa sempre venire in mente De Andrè e le puttane, con tutto il rispetto per l’adorabile signora che viaggia col sorriso sulle labbra.

Il treno, occorre dirlo, spacca letteralmente il minuto a ogni stazione e si avvicina a Piacenza. Il nostro viaggiatore inizia a controllare l’altro treno che deve prendere, il Piacenza-Torino con fermata ad Alessandria, e anche quello pare puntuale. Il viaggiatore sente il messaggio “siamo in arrivo nella stazione di Piacenza, termine corsa del treno” e si alza. Tira giù la valigia e sente un secondo annuncio: “il treno prosegue per Torino e ferma a blablabla”. Un momento, è esattamente il treno con cui avrebbe il cambio. Il viaggiatore nota che la maggior parte delle persone è ancora seduta e questo è effettivamente strano per un treno al capolinea. Allora chiede lumi alla propria vicina che gli risponde: “sì, questo treno fa così: a Piacenza cambia numero,  ma non si ferma mica, prosegue per Torino”. La notizia è ottima, però al viaggiatore girano un po’ le scatole, dato che la soluzione che Trenitalia non proponeva ha in realtà un cambio solo esattamente come quella con rimbalzo a Milano, quindi tutto sommato non così scomoda! La spiegazione che si dà è questa: non esistendo più i treni interregionali, il treno sembra finire a Piacenza, ma nella pratica alcuni viaggi interregionali esistono ancora con treni che cambiano numero, che quindi sembrano treni diversi, ma sono gli stessi di una volta.

Il viaggiatore prosegue per Alessandria con lo sguardo curioso di chi viaggia sempre sulla stessa linea e all’improvviso si trova in altre stazioni, per altri paesaggi. Continua il gioco del confronto tra due treni: il suo si ferma in aperta campagna e prende ritardo, mentre il treno da Torino viaggia improvvisamente in anticipo, il maledetto. Passa un controllore, il viaggiatore prova a fermarlo per chiedere informazioni e il controllore dice che non ha tempo in quel momento e che ripasserà. Passa un’altra stazione, secondo Pronto Treno i due treni arriveranno e ripartiranno da Alessandria esattamente alla stessa ora e quindi urge parlare con il capotreno, che non ripassa.

Il viaggiatore prende la sua roba, percorre tutto il treno e lo trova seduto comodamente a parlare con un collega. Si ricorda che occorre usare pazienza e cortesia con colui che ci può dare una mano, ma che potrebbe non farlo semplicemente perché ha il potere di non farlo. Racconta che deve fare un cambio per Genova, ma forse non avrà tempo. Il controllore risponde che le coincidenze non esistono più, il viaggiatore si scusa, sorride, dice di saperlo, ma che ecco, trattandosi davvero di un minuto alle volte succede che da un treno si chiami l’altro per sapere se può aspettare e dare il tempo alla gente di salire. Il capotreno si convince, chiama e ottiene risposta affermativa: l’altro aspetterà una manciata di minuti, quel che basta. Il viaggiatore va verso la porta e viene raggiunto da un signore dall’aspetto umile e modesto che lo ringrazia, perché anche lui aveva chiesto la stessa cosa al controllore che però gli aveva fatto spallucce. Cosa si diceva di chi può non aiutarti? Si aggrega anche una ragazza, che racconta che a lei succede spesso di fare questa corsa, e che in genere il treno aspetta, perché c’è un controllore che fa lo stesso cambio per scendere a Novi. Il viaggiatore si diverte molto con questi aneddoti locali e aggiunge che secondo il sito, se si perde “la coincidenza”, c’è poi un altro modo per arrivare a Genova ed è una combinazione di autobus fino a Tortona e poi da lì in treno. Chi lo sapeva e chi no: i viaggi sono così. A quel punto passa l’interlocutore del capotreno e avverte che il treno è fermo al binario 4. Gentilissimo.

Arrivano ad Alessandria, scendono, fanno il sottopassaggio, salgono sul binario 4 ed è fatta. Il viaggiatore sale in prima classe, perché nei treni regionali, quelli veri, la prima classe non esiste, ma a volte usano treni predisposti per averla, per cui tanto vale approfittarne. Si appiccica subito col naso al finestrino per la nuova tratta e la sua curiosità viene ampiamente ripagata quando il treno ferma, se gli credete, a Frugarolo Bosco Marengo e ci sono anche persone che ne approfittano per scendere. Il passo finale è il biglietto Genova-Camogli, che è un treno in partenza dal binario 2 sotterraneo, e quando il viaggiatore aveva provato a comprarlo online, di nuovo il sito dava due cambi e non lo faceva acquistare, perché considera Genova Principe e Genova Principe Sotterranea come due stazioni separate, invece sono solo una scala mobile di differenza.

 

La morale è che il treno è partito da Rimini alle 15.53 come previsto ed è arrivato a Camogli alle 22.53 come previsto e nel complesso il viaggiatore ha fatto il coast to coast con 30€ in totale, che è poco. Il viaggiatore, però, voleva fare sapere che esiste un treno che termina la sua corsa, ma in realtà non la termina, che Principe e Principe Sotterranea sono la stessa cosa, checché se ne dica, che a volte online si trova tutto tranne la tariffa standard, che le coincidenze non esistono più, ma a volte i treni aspettano, e che nei regionali ci sono i sedili di prima classe anche quando la prima classe non esiste.

Elenco di cose imparate alle Faroe

§ agosto 30th, 2011 § Filed under Viaggi § Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , § 16 Comments

[Disclaimer: la passione per gli elenchi mi è venuta leggendo tempo fa il bellissimo libro di Erland Loe “Naif.Super” e mi sembra il caso di rispolverarla in seguito a un viaggio in alcuni paesi Scandinavi. In realtà ho scoperto sull’ottima free press islandese “The Reykjavik Grapevine” che c’è tutto un dibattito in corso se Islanda e Fær Øer facciano o no parte della Scandinavia, con un simpatico elenco di supporti e negazioni che sono certo piacerebbe a Loe].

Onestamente non avevo una chiara idea di dove e cosa fossero le Isole Faroe: possedevo solo un ricordo dall’atlante che me le metteva bene a nord e bene in mezzo a niente, e una recente notorietà per una partita di calcio.

Come a volte succede negli incontri fortunati con gli estranei, mi hanno sedotto e insegnato alcune cose che vorrei conservare:

  • Bisogna sapere cambiare idea per scoprire qualcosa di nuovo

Ci siamo trovati al porto di Klaksvik con qualche ora di attesa per prendere un traghetto e abbiamo chiesto informazioni per visitare Mykines il giorno dopo. Alle Faroe, dove il concetto di isola viene inteso nella sua purezza, ogni ufficio informazioni pare conoscere solo la propria zona e vive l’isolotto accanto come una meta esotica. Le varie chiamate ci hanno portato a scoprire che esistono solo due barche per andare e due per tornare, che non c’era più alcun posto per l’indomani, e che in giornata c’erano posti solo per andare, ma non per tornare. Poche cose accendono il desiderio quanto la scarsità e l’impedimento, per cui abbiamo capito che volevamo assolutamente andare a Mykines. Altro giro di chiamate e abbiamo scoperto che non era più possibile nemmeno dormire sull’isola, a meno che, ci informa la gentile signorina, non siamo disposti ad alloggiare in una unfinished house (sic) di un suo conoscente. Scusi, possiamo richiamarla tra qualche minuto? In quei minuti cinque persone si sono messe a disegnare sul cruscotto dell’auto uno scenario di unfinishness per capire se andare o no: il tetto è importante, il bagno pure, i materassi già meno, il resto non conta. Ci risponde che roof yes, wc yes, mattress on the floor. Allora cambiamo programma, rimandiamo il traghetto, rinunciamo alla notte già pagata, torniamo sui nostri passi, rifacciamo lo zaino, ci imbarchiamo da un diverso porto e scopriamo un’isola meravigliosa, con le nuvole che finalmente si aprono e il sole che ci mostra il mare, le rocce, i prati, gli animali, il faro, l’orizzonte.

  

  • A volte basta voltare angolo per trovare ciò che si cerca

A Mykines per imboccare la strada verso il faro occorre fare subito una grande salita, di quelle che sogni da piccolo con la neve se hai un bob o anche solo un sacchetto della spazzatura. Una volta messo in chiaro che per arrivare in fondo occorre sgobbare, si alternano tratti pianeggianti, scale e rocce a strapiombo sul nulla. Proprio ammirando il mare che batte la pietra che gli resiste, abbiamo avvistato le prime pulcinelle di mare, piccole e un po’ nascoste: è un’emozione inaspettata quando ti trovi davanti una nuova forma di vita per la prima volta e ti rendi conto di quanto noi siamo solo un esempio (ingombrante) di una varietà infinita. [Questo discorso non vale per tutta la varietà di blatte milanesi che non sono curioso di incontrare dal vivo]. Iniziamo a scrutarli da lontano, i fotografi si passano il tele, gli altri dicono che belli che sono, sommando l’immagine un po’ distante del presente alle fotografie viste prima di partire e si resta così, con i piedi ancorati all’erba e la faccia nel vuoto, a pensare ecco oggi è il giorno in cui ho visto una pulcinella di mare. Poi si cammina ancora un po’ e si volta un angolo. Lì, in un prato verdissimo, con una leggera pendenza come un trampolino appena usato, ci sono centinaia di pulcinelle che planano, atterrano, si guardano in giro. Gli cammini accanto, ti fermi tutto il tempo che vuoi e pensi ecco oggi è il giorno in cui ho camminato in mezzo a centinaia di animali che fino a ieri non avevo mai visto e che in realtà non si stavano nascondendo, si erano solo accomodati da un’altra parte.

  

  • Essere disposti a non avere il controllo aiuta a rilassarsi

Ormai ho imparato a giocare a tetris con il tempo. Posso segnarmi gli appuntamenti sulla posta elettronica e accedervi ovunque, posso farmi avvertire delle scadenze e di quello che devo fare, posso incastrare in un foglio online gli impegni miei e dei miei amici. Finisco per pensare che il tempo sia mio più di quanto sia viceversa. Poi arrivo alle Faroe e scopro che forse atterreremo, oppure no, e la cosa non è così improbabile e in tal caso andremo via nell’aeroporto più vicino, che non è nemmeno quello da cui siamo partiti, ma è in Scozia o in Norvegia: in cabina di pilotaggio fanno pari o dispari? Poi arrivo a Mykines e scopro che oggi la nave è riuscita ad attraccare, ma forse domani no, forse si resta lì, per un po’ di ore, per un giorno, per più giorni: tu lo sai dire quanto ci mette il mare a piegarsi ai nostri desideri? Devi sapere aspettare che si riparta e non prendere troppi impegni. Alla fine quando si arriva nell’unico “ristorante” e si chiede una cena per cinque e in tutta risposta la proprietaria, cuoca e cameriera apre il frigo e controlla quanti hamburger ha, non ti sorprendi nemmeno tanto e pensi che chi ha detto che volere è potere era probabilmente più un capriccioso che un saggio.

  

  • Dare fiducia degli estranei e ai marinai ti porterà lontano

Arrivi in aeroporto e cerchi la persona che immagini dovrà darti le chiavi dell’auto, ti chiama e passo a passo ti guida fuori dall’aeroporto, verso il parcheggio, verso una fila precisa, verso un’auto e dice ecco, aprila, le chiavi sono dentro, buona vacanza. Del resto, quando riconsegni l’auto, una esile ragazza ti chiede quante volte hai attraversato i tunnel a pagamento, tu rifletti, dici la cifra e lei dice quanto devi pagare: la soddisfazione non è risparmiare dei soldi, ma capire che la regola è fidarsi degli estranei. Ecco perché impari a entrare nelle case dove vedi la porta aperta per chiedere dove inizia il sentiero, o quando si avvicina un vecchio marinaio dagli occhi ancora vispi e che dell’Italia conosce Civitavecchia, gli dici marinaio, tu adesso dove andresti con questo sole splendido? E ti dirigi dove va lui a vedere il tramonto e resteresti lì per ore, ma tanto il sole sembra d’accordo, perché si sdraia incollato all’orizzonte finché gli va. Il marinaio lo aveva detto con orgoglio che quello era il suo posto preferito e che ha girato tanto ma sempre lì torna. La guida invece non diceva niente.

  

  • E se la morte può fare un po’ meno paura, allora davvero non so

Non so se mi angoscia di più la morte o i cimiteri, diciamo che già mi costa fatica scrivere entrambe le parole. Ogni volta che qui trovi un paese noti che le case si sparpagliano liberamente, come coriandoli gettati su un prato. Nessuna però si merita l’ultimo posto, quello più in basso, quello con la vista mare ininterrotta. Lì c’è la chiesa, ma anzi no, nemmeno la chiesa è l’ultima, perché dopo la chiesa c’è il cimitero ed è quello il punto più bello, accanto a cui ti viene voglia di sostare. Sarà anche che le croci sono sparpagliate come le case, come se ognuno volesse godere di una propria vista personale, anche a costo di stare un po’ storto. Non posso dire che sarei felice dell’idea di essere seppellito qui, perché sono un codardo che crede di non temere solo la vita eterna, ma penso che, se fossi seppellito qui, chi c’è ancora sarebbe meno triste a fermarsi e a passare un po’ di tempo accanto a me.

  

Per chi volesse una descrizione più dettagliata del viaggio, con spostamenti, passeggiate, nomi delle isole e dei luoghi che abbiamo visto, ho condiviso una mappa su GoogleMaps.


View Milano – Berlino – Copenaghen – Isole Faroe in a larger map

 

Quasi tutte le foto sono di Ishmael78

Cose che ho imparato a New York

§ giugno 3rd, 2011 § Filed under Varie e eventuali, Viaggi § Tagged , , , , , , , , , § 1 Comment

New York è la città che ti sembra di avere già visto la prima volta in cui ci vai e che poi ti sembra sempre diversa ogni volta che ci torni. Questa volta la città mi ha insegnato l’importanza dello stare seduti, del gestire la FOMA, dell’osservare le facce, del fermare gli attimi, del non sottovalutare la quaglia.

 

Dello stare seduti: NY ti trasmette il senso dello spazio pubblico che è di tutti e di ciascuno e la possibilità di vivere la città, non solo nella città, ma proprio la città. Credo abbiano una tacita legge per cui è proibito costruito qualsiasi cosa senza dare la possibilità alle persone di interpretare il modo di usufruirne. Le file interminabili di panchine a Central Park, i tavolini con la scacchiera a Washington Square, le sedie vista fiume dell’Hudson Park, le strutture di ferro del Chelsea Market e soprattutto l’High Line. Cari cittadini, abbiamo un binario sopraelevato che non ci serve più, che ne facciamo? Si mantengono i binari, si aggiungono sedie, panchine, addirittura sdraio, si allestiscono spazi dedicati all’arte (come l’allestimento dei suoni di tutte le campane di NY), si crea addirittura un belvedere con una grande vetrata affacciata su un pezzo di strada: NY si lascia ammirare distrattamente. Cammini e vedi signori anziani sulla sedia a rotelle che prendono il sole, coppie di uomini che si sdraiano e si guardano un film sul mac, modelli vestiti da teschi che si fanno fotografare, ragazzi che girano un film. Ti inventi qualcosa da fare pur di esserci e stare non per forza con gli altri, ma in mezzo a loro.

High line con scheletro

 

 

Del gestire la FOMA: la mia guida speciale ai segreti della città (di cui si parlerà dopo, nell’atteso paragrafo sulla quaglia) mi ha spiegato che gli abitanti di NY soffrono di FOMA, ovvero the Fear Of Missing Out, che, sempre secondo la mia guida, è una sorta di Ballo di San Vito metropolitano. A dire il vero mi hanno raccontato anche che i newyorkesi sembrano avere tutti il problema dello sperma lento, ma insomma, questa è un’altra storia. La FOMA nasce dall’infinità di esperienze che la città ti offre e dal senso del limite di non potere fare tutto, di perdere così quel pezzo fondamentale che la settimana successiva sarà sulla bocca dei colleghi, nel brusio dei ristoranti, negli approfondimenti delle pagine dei quotidiani. Da qui nasce il dilemma: il weekend è dedicato al riposo o a recuperare tutto quello che non si è fatto in precedenza? Se ti fai la domanda hai già la FOMA. Se non te la fai, non abiti a NY. Ed è subito lunedì.

Poi certo a New York ti trovi, tu che ignori orgogliosamente la moda, a girare stupito e spaventato davanti ai vestiti di Alexander McQueen, a capire che anche uno stilista può essere un’espressione artistica del Romanticismo e a desiderare di essere lasciato e dimenticato in una sala con i vestiti bianchi e rossi dedicati alla scozia e la musica di Handel. E pensi che un po’ di FOMA saresti disposto anche ad averla, ma per favore niente sperma lento.

Senza nome

 

Dell’osservare le facce (e non solo): quando la notte chiudi gli occhi ti rendi conto di essere stanco non solo per avere camminato chilometri di strade, scale, musei, ma anche per avere fissato tutte le facce delle persone che hai incontrato. Non è solo il fatto che vedi mille individui diversi per colore, look, atteggiamento, ma è il modo apparentemente casuale con cui si associano tra di loro. Mi sono sorpreso ogni giorno a fissare genitori e figli che parevano calzini spaiati, tanto è vero che spesso mi chiedevo se non fossero in realtà frotte di baby sitter di tutte le età. Se guardo i miei amici, mi sembra di potere tirare una linea lungo tutte le cose che hanno in comune; se chiudo gli occhi vedo due donne camminare sulla Broadway e non c’è nessuna linea a me nota. Una è vestita con un tailleur e pantaloni, una ventiquattrore, e potrebbe essere appena uscita da un ufficio finanziario o dallo studio di Patty Hewes; accanto a lei cammina una donna minuta, capelli cortissimi, potrebbe essere lesbica, con zainetto su una spalla sola e vecchie converse; parlano tra di loro, ridono, si fermano a un semaforo e si battono il cinque. Non ho abbastanza fantasia per immaginarmi perché, ma me lo chiedo.

Coppia geek con vino

 

 

Del fermare gli attimi: ho vagato per NY inseguendo le foto di Sionfullana su Instagram. Ho quasi esultato quando ha caricato una foto di un posto in cui c’ero anch’io. Guardatele, io lo trovo bravissimo: utilizza solo l’iphone e alcune applicazioni per lavorare le immagini. Questo paragrafo è in realtà una scusa per scrivere da qualche parte che mi piace, anche perché ho impiegato mesi per memorizzare il suo nome.

 

Del non sottovalutare la quaglia: anche questo paragrafo è un po’ una scusa per ringraziare la mia Zagat ambulante e dialogante che mi ha portato in giro per la gastronomia della città. Oltre alla mappa di tutti i luoghi in cui abbiamo mangiato, merita una segnalazione il Fatty Crab. Già il nome ci fa simpatia. Poi è un malesiano fusion e siamo curiosi. Poi ti portano lattine di birra che sembrano succo di maiale e siamo già rapiti. Arriva l’antipasto e sono 4 uova di quaglia aperte e riempite di “cose” in una scala dal dolce al piccante: non c’è un solo sapore che assomigli al precedente e finisci con le lacrime agli occhi di dolore culinario. E non ci lasceremo mai. Di seguito condivido la mappa dei posti di NY in cui sono stato a mangiare. Prima però vi dico una cosa sulla quaglia: succede nella vita di questo uccello che un signore si avvicini per accarezzarlo, facendolo sentire a suo agio e rilassandolo ben bene, e solo allora, quando non c’è nessuna tensione, lo ammazza per evitare che la sua carne si indurisca e il nostro gusto ne risenta.

Tutto sommato è meglio la FOMA.


View Vivere e mangiare fuori a NY in a larger map

 

 

Oltre quattromilachilometri

§ gennaio 17th, 2011 § Filed under Varie e eventuali, Viaggi § Tagged , , , , , , , , , , § 3 Comments

Di Marsiglia la luce, della Camargue il vento, di Girona la pietra, di Barcellona il ferro, della Mancha il vuoto, di Granada l’allegria, di Cordoba il profumo.
Più che raccontare con un post il viaggio che ho fatto, ho pensato di mostrarlo con una mappa, perchè una strada di oltre 4.000 km è già un racconto di per sè.


Visualizza Milano – Camogli – Marsiglia – Barcellona – Granada – Cordoba – Girona – Camogli – Milano in una mappa di dimensioni maggiori

Il post con il viaggio in Indonesia

§ agosto 30th, 2010 § Filed under Varie e eventuali, Viaggi § Tagged , , , , , , , , § No Comments

Quando qualcuno mi chiede come è andata la vacanza, quali sono i posti da visitare assolutamente, cosa ho da raccontare, mi sento come se non avessi studiato la lezione e mi guardo intorno in cerca di un suggerimento . In genere dopo un po’ imparo una risposta sensata e la rifilo a tutti a prescindere dalla domanda (a meno che non siano le domande di mia madre, che è incuriosita da aspetti come “loro guardano la tv a tavola?”). Ho capito che vivo i viaggi in modo lineare, ma li immagazzino a macchie, per pennellate: se solo sapessi disegnare questo sarebbe l’unico modo sensato per raccontarli.

Ecco, disegnerei due ragazzi su uno scooter rosa che seguono un’infermiera indonesiana e una loro amica, le due senza casco, in mezzo a strade caotiche o piccole vie deserte circondate da templi. La ragazza si lascia trasportare senza sapere dove sta andando, si volta e sorride, alzando le spalle. I ragazzi ripartono di sera, attraversano cento paesi tutti diversi, prima le vie d’argento, poi quelle di legno, poi quelle di pietra, intorno si vedono ancora palme, terrazze di riso verdi anche all’imbrunire e aquiloni in cielo. Nel fumetto metterei delle note musicali, perché i due ragazzi stanno canticchiando, la strada è lunga e la sera è fresca. In basso a destra scriverei: Ubud, isola di Bali, 15 agosto 2010

Volterei pagina per disegnare dei punti colorati sul bordo di un vulcano, tende a cui si arriva dopo otto ore di cammino. Dovrei riempire un fumetto con i suoni di chi ansima, perché i due ragazzi sono stanchi e la forza per fare ancora qualche metro è terminata ore fa, più o meno quando hanno superato le nuvole a 2000 metri. I due si affacciano su uno strapiombo, una parete liscia e ripida che scende fino a un lago da cui emerge un altro vulcano attivo. Qui dovrei riempire un fumetto di silenzio. Una nuvola entra piano nello spazio vuoto, lentamente si mangia il lago e resta solo il fumo. I vestiti sono mossi da un leggero vento che porta con sé la notte, di quelle così buie che le stelle ti cadono addosso, ma loro non sanno riconoscerle perché sono in un altro emisfero, allora guardano i fuochi accesi per cucinare, entrano nella tenda e sorridono, prima di addormentarsi per terra senza accorgersene. Qui scriverei: Rinjani, 2639 metri, 8 agosto 2010

Infine vorrei una tavolozza con i colori primari per dipingere il blu intenso dell’acqua, il bianco delle onde e il giallo della spiaggia che si allontana; altri colori mescolati per il legno scrostato di una barca con sopra troppe persone, facce diverse, lingue diverse, espressioni diverse, con lo sguardo verso il mare e con i piedi appoggiati sugli zaini bagnati. Nel fumetto le parole non avrebbero senso, sovrapposte come sono e confuse dal rumore del motore. I due sono seduti, anzi aggrappati, a diversi lati della barca e vedono spuntare dall’acqua un branco di pesci, di quelli che saltano, all’inizio sembrano solo tanti riflessi di un’onda più corta, poi saltano di nuovo, e di nuovo, guarda ancora e alla fine spariscono. Qui vorrei sapere disegnare abbastanza bene da mostrare l’espressione di uno dei due, sorpreso perché non è mai stato in un mare così grande, teso perché non è mai stato su una barca così vecchia, curioso perché sta andando in un luogo che non saprebbe nemmeno posizionare su una mappa. In basso a destra scriverei: Oceano Indiano, al largo di Gili Meno, 12 agosto 2010.

Qui trovate l’album di foto su Flickr: http://www.flickr.com/photos/ishmael78/sets/72157624863202574/

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