Il bello del filtro: il fenomeno Instagram

§ luglio 23rd, 2012 § Filed under Advertising, Apps, Cinema, Social Media § Tagged , , , , , , , , , § No Comments

Che io sappia, non esistono statistiche del proprio iPhone. Non mi è dato conoscere quante volte al giorno lo guardo, quanto tempo ci passo, quali sono le attività che faccio più spesso, quali le applicazioni su cui resto più a lungo. E forse è una fortuna, perché potrei scoprire cose di me che non sono ancora pronto a sapere.

Certo, se dovessi scommettere, punterei 4,99 su Instagram come mix vincente di frequenza e durata. Ormai ho chiuso in un cassetto la Lumix, che tante soddisfazioni mi ha dato, guardo con rammarico la Lomo, che sempre più spesso resta a casa nonostante gli scatti di amici appesi alla parete e raccolti su Flickr, e viaggio solo con l’iPhone: probabilmente il numero di foto che faccio e che guardo online supera giornalmente il numero di chiamate che faccio e ricevo.

Io non rappresento certo la misura del successo di un’applicazione, ma lo sono il fatto che ad aprile Facebook abbia comprato Instagram per un miliardo e che qualche giorno fa Instagram abbia festeggiato un miliardo di foto condivise. Tanto è già stato scritto sui motivi del suo successo, per cui mi limito a ricordare alcuni fattori a mio avviso fondamentali: l’estrema semplicità di utilizzo, l’immediata possibilità di migliorare le proprie immagini senza particolari expertise tecnologiche, un’ottima qualità di realizzazione e il piacere di condividere le foto e guardare quelle altrui.

In particolare quest’ultimo aspetto rileva insight interessantissimi sulla natura umana (mi viene quasi voglia di fare una tesi in sociologia dal sapore geek): su Instagram ci si può fare facilmente un’idea generale al di là degli amici stretti, dato che, se non diversamente deciso, il proprio profilo è pubblico e tutti possono trovare le foto degli altri, seguendo i like tra contatti comuni, gli hashtag utilizzati o l’ambita pagina delle foto Popular.

Popular Photos - 22 luglio 2012

Che cosa fotografano le persone, cosa prediligono condividere e che cosa attira i maggiori favori?

Vi sono alcuni classici dell’animo umano che non mancano nemmeno su Instagram: tramonti mozzafiato, cuccioli coccolosi e monumenti da cartolina. Ovviamente anche il cibo è sempre molto popolare, ma già qui mi sembra di notare due categorie di particolare interesse: le personali creazioni culinarie e le colazioni come dio comanda. Food blogger di tutto il mondo hanno quindi un altro modo di mostrare le proprie abilità, di attrarre nuovi lettori e spesso anche di migliorare la qualità delle immagini pubblicate nei post (fare belle foto al cibo è davvero difficile senza quei magici filtri). Le colazioni “a modo” sembrano essere invece un irresistibile oggetto di condivisione per chiunque abbia l’applicazione: sarà il piacere di trattarsi bene al risveglio, sarà che è un pasto spesso sancisce la differenza tra settimana e weekend o tra lavoro e vacanza, sarà che al mattino c’è un’ottima luce per fotografare, fatto sta che cappuccini, marmellate, leziose tavole apparecchiate con tanto di libri e fiori la fanno da padrone. Complimenti quindi a quei buongustai di Breakfast Review che hanno creato un hashtag per importare sul loro sito le foto di questo pasto così fotogenico. Ma in qualche modo anche la catena di hotel NH  ha capito che la mattina è un momento d’oro per coinvolgere i propri clienti e tramite l’hashtag #WakeUpPics è riuscita a raccogliere foto di risvegli nei propri Hotel, protagonisti di una mostra fotografica a Madrid.

Oltre al nostro stomaco c’è un’altra parte del corpo che esercita una grande attrazione fotografica: i piedi. Nudi, con scarpe, in mezzo alla sabbia, fuori dalla vasca, appoggiati a una ringhiera, sembrano essere diventati la metonimia dell’hipster fotografo. Ecco perché sembra assolutamente naturale guardare le foto di brand come Converse e adidas Originals e taggare le proprie scarpe con i loro hashtag. Ma anche marche meno note possono trovare un terreno particolarmente fertile. È il caso di Rebecca Minkoff, un brand di accessori che grazie all’uso di Instagram ha visto crescere improvvisamente la vendita delle proprie scarpe. Da quando la stilista ha pubblicato “the shoe of the day”, il numero di like e commenti alle sue scarpe è andato crescendo progressivamente. Attorno a queste foto di scarpe si è formata una community spontanea che ormai è usata dall’azienda come “tester” in real time del gradimento delle nuove creazioni e come consumatori da indirizzare ai retail in cui i prodotti vengono venduti.

ricerca #converse luglio 2012

L’ultima tipologia di foto che mi incuriosisce ha come oggetto i contenuti di intrattenimento. Mi capita sempre più spesso di mettere like a foto di locandine dei film, scattate prima di entrare in sala, o a immagini dello schermo televisivo che trasmette la prima puntata di una nuova serie, o la scena di un vecchio film entrata nella storia del cinema. Qui non c’è più nessuna velleità artistica, ma solo il desiderio di fare sapere che cosa ci piace, che cosa scegliamo, e quindi di attirare gli apprezzamenti di chi ha i nostri stessi gusti. In un mondo in cui i contenuti si rinnovano e si superano a velocità frenetiche e in cui vedere un episodio con un giorno di ritardo è considerato da perdenti, le immagini sono il modo più rapido per dire io sono già in sala, l’ho già scaricato, so già come va a finire. Le foto battono addirittura Twitter in quanto a velocità e sintesi, e consentono di essere meno banali con minore sforzo.

Si aprono quindi nuove possibilità per i produttori di contenuti, come nel caso della CBS con la serie NCIS: Los Angeles, che ha mostrato ai fan immagini del dietro le quinte scattate dal cast e ha dato agli stessi fan la possibilità di avere una propria foto mostrata durante la puntata finale, usando l’hashtag #NCSILA.

 

Insomma, le 50 milioni di persone che fino a oggi hanno condiviso almeno uno scatto su Instagram fanno gola a tante aziende, ma come sempre negli ambiti social la regola aurea è la rilevanza. A qualunque azienda volesse aprire un profilo e dialogare con le persone, suggerirei prima di guardare cosa gli instagrammers stanno già condividendo e quali hashtag stanno andando per la maggiore. Qualche esempio, per giocare: a un brand di cosmetica possono interessare le migliaia di foto scattate allo specchio (in primis in bagno, ma non solo) da fanciulle di tutto il mondo, sempre alla ricerca di nuovi spunti per mettere online il proprio faccino finto imbronciato, quasi sicuramente di trequarti; alle compagnie aeree possono interessare gli splendidi panorami che vengono fotografati dal finestrino non solo dai viaggiatori, ma anche da hostess e steward (pare che tra decollo e atterraggio non facciano altro). Se già i propri dipendenti sono su Instagram a scattare meraviglie, allora si ha davvero l’occasione di mostrare qualcosa di rilevante.

 

Io, nel mio piccolo, mi offro come testimonial per compagnie di barche alla deriva, spazzaneve e bagnini.

my top photos on Instagram

L’Italia e il cinema televisivo

§ marzo 26th, 2012 § Filed under Cinema § Tagged , , , , , , , , , , , , , , § No Comments

Secondo la ricerca Istat “Noi Italia” il cinema è la nostra principale attività culturale fuori casa: un italiano su due nel 2011 ha visto un film sul grande schermo, con un aumento di più del 10% dal 1993.

Del resto abbiamo alle spalle una gloriosa cinematografia, un importante festival internazionale e artisti apprezzati dentro e fuori i confini nazionali. Eppure nel 2011 si sono staccati meno biglietti rispetto al 2010. Colpa della crisi economica? Sicuramente in Italia l’instabilità finanziaria non aiuta i consumi culturali: ormai una famiglia che vuole andare a vedere un film in 3D spende tra una cosa e l’altra 50€ per una serata fuori casa.

Il 2011 è stato però un anno economicamente incerto per tutti i grandi paesi europei, eppure altrove il cinema non ha avuto la stessa battuta di arresto. Il problema è che non solo noi italiani partiamo da una bassa spesa pro capite per i consumi culturali (Istat ci ricorda che è un indicatore chiave del welfare nel lungo periodo), ma sembriamo anche reattivi a tagliare ulteriormente questa spesa quando il futuro si fa incerto.

Se infatti confrontiamo i biglietti staccati nel 2011 rispetto al 2010 nei principali mercati europei emergono questi risultati:

Country Admissions Var. 2011 vs. 2010
101,3 MIO -7,9%
215,6 MIO 4,2%
171,6 MIO 1,4%
129,6 MIO 2,4%
94,4 MIO -7,1%
30,4 MIO 8,0%
960 MIO -0,4 %

Il totale Europa segna dunque un leggero decremento soprattutto per via di Spagna e Italia. Ci stiamo quindi allontanando dai consumi cinematografici dei più dinamici paesi europei? Succede solo per un taglio delle spese “superflue”? Quali conseguenze può avere sul livello di cultura generale delle persone?

Un altro aspetto molto interessante è la classifica dei top ten nei diversi paesi.

Top 10 2011
1 Che bella giornata Quasi Amici Harry Potter 7- Parte 2 Harry Potter 7- Parte2
2 Harry Potter 7- Parte 2 Niente da dichiarare Il discorso del re I Pirati dei Caraibi 4
3 Immaturi Harry Potter 7- Parte 2 The Inbetweeners Movie Kokowaah
4 Qualunquemente Le Avventure di Tintin I Pirati dei Caraibi 4 Una Notte da leoni 2
5 Breaking Dawn- Parte 1 I Pirati dei Caraibi 4 Una Notte da leoni 2 Transformers 3
6 I Pirati dei Caraibi 4 Il Gatto con gli stivali Breaking Dawn- Parte 1 Il Gatto con gli stivali
7 Sherlock Holmes 2 Breaking Dawn- Parte1 Transformers 3 Breaking Dawn- Parte1
8 Femmine contro maschi Il Pianeta delle scimmie Sherlock Holmes 2 I Puffi
9 Kung Fu Panda 2 Il Discorso del re Le Amiche della sposa Fast & Furious 5
10 Fast & Furious 5 Cars 2 Il Figlio di Babbo Natale Il Discorso del re

Leggendo la classifica italiana emergono, a mio avviso, due macro tendenze.

  1. La prima, già ampiamente affermata sul mercato internazionale da anni, è il successo dei sequel, che in qualche modo sono diventati un genere a se stante. Tutti i film stranieri nei primi 10 appartengono in un modo o nell’altro a tale categoria: questo è un aspetto positivo per i produttori di cinema, che si trovano così a fare investimenti “sicuri” e duraturi nel tempo, ma temo sia anche un limite per idee nuove e sceneggiature non già affermate.
  2. La seconda tendenza è la forte presenza in classifica di personaggi televisivi: da Zalone, a Bisio, Ambra, la Littizzetto, Albanese, Luca e Paolo, fino ai Soliti Idioti appena fuori dal podio, sono tutti protagonisti dell’intrattenimento affermatisi grazie soprattutto al piccolo schermo.

E forse tra le due tendenze ci dei punti di contatto: gli italiani vanno al cinema a vedere film già noti o dove si pensa di andare sul sicuro perché vi recitano personaggi conosciuti in TV. La televisione può avere un ruolo importante anche per i sequel, poiché in molti casi ottengono più successo del primo capitolo: alcuni guardano il numero 1 sul divano di casa, e se poi piace vanno a vedere il seguito al cinema.

È così anche negli altri paesi? Per la Francia è stato un anno incredibile, non tanto per il giustamente premiato “The Artist”, solo 24esimo al box office, quanto per “Quasi Amici” (Intouchables), enorme successo europeo, e anche per “Niente da dichiarare” dello stesso regista di “Giù al Nord”. “Quasi amici” è un caso interessante, poiché è un film tratto da un romanzo con protagonisti un tetraplegico e un uomo di colore. Certo, anche in questo caso la TV ha un ruolo influente, dato che il protagonista Omar Sy è un celebre attore comico di Canal+, ma la storia ha dimostrato un appeal più ampio dei confini di produzione, come testimonia il grande successo in tutti i mercati europei.  E anche “Niente da dichiarare” sancisce la popolarità di Dany Boon, attore, regista e sceneggiatore affermatosi proprio grazie al cinema.  Significativo ancora una volta che da noi sia stato scelto Bisio, star della comicità televisiva, per la trasposizione italiana del film.

In UK dietro a Harry Potter hanno sbancato al botteghino “Il discorso del re”, e “The Inbetweeners Movie”: se il primo è una produzione cinematografica con un cast eccellente su un emozionante momento storico (e la storia è maestra di vita per tutti, si sa), il secondo è la trasposizione cinematografica di una serie televisiva. Quindi la TV “orienta” il cinema come da noi? C’è una bella differenza. Parliamo di una serie alla terza edizione, pluricandidata ai BAFTA e premiata dal pubblico; quale serie tv italiana potrebbe andare al cinema e riempire le sale facendosi pagare un biglietto? Ci ha provato da noi il divertente Boris, ma con risultati purtroppo deludenti. “Inbetweeners” si inserisce inoltre nel filone delle serie tv inglesi che stanno appassionando pubblici di tutto il mondo, come “Misfits” e “Sherlock Holmes”. È vero che queste serie hanno il vantaggio della lingua inglese, che le rende immediatamente accessibili a un vasto pubblico mondiale, ma se tanti le vedono è perché in UK anche la TV sta portando avanti linguaggi verbali, di scrittura e registici innovativi e originali e quindi vale la pena anche pagare il biglietto per andare al cinema.

Per concludere la panoramica europea, al box office tedesco ha trionfato “Kokowaah”, un film sul rapporto tra un padre e una figlia nata da un’avventura di una notte. Si tratta in questo caso del successo di un autore e attore puramente cinematografico che ha saputo divertire e emozionare milioni di tedeschi.

Sembra insomma che gli altri grandi mercati abbiano un legame meno forte con il mondo televisivo o che sappiano produrre contenuti televisivi con un taglio e un appeal cinematografico.

L’elemento che invece accomuna tutte le classifiche è l’importanza dei blockbuster americani, capaci di portare nelle sale un vasto pubblico, dai giovani, alle famiglie, ai più anziani. Diventa allora sempre più strategico fare uscire i film in altri paesi il più vicino possibile alla data americana, per evitare che gli spettatori più tecnologici e disinvolti si attrezzino alla visione autonomamente, appena il film è disponibile sul celebre torrente…

Per concludere, non è certo un caso che proprio Italia e Spagna abbiano avuto un calo di biglietti venduti, ma oltre a biasimare la situazione economica, è possibile pensare a strategie per portare più persone al cinema?

Come già detto occorre probabilmente ripensare al frequente modello di importazione dei film mesi dopo l’uscita in US, che può essere controproducente per gli incassi finali dei film in lingua inglese. Inoltre, anche la presenza nelle nostre sale di alcuni titoli in lingua originale può essere un deterrente alla pirateria, e in generale per una fetta di pubblico uno stimolo a godere di alcuni titoli sul grande schermo. Internet ha infatti modificato le abitudini di consumo dell’entertainment e una fetta sempre più significativa e commercialmente (e culturalmente) importante della popolazione vede tranquillamente film e serie sottotitolate, godendosi la recitazione originale: da Lost in poi è cambiata la percezione del tempo che è lecito attendere per vedere quello che piace ed è già disponibile da qualche parte in inglese.

Inoltre, il fatto che il nostro cinema sembra essersi così appiattito sulla TV non potrebbe lasciare insoddisfatta una fetta di pubblico che vorrebbe sì titoli italiani, ma magari anche di altri generi oltre alla comicità da canale generalista?

Infine, se è dalla TV che oggi nasce il cinema (e se il piccolo schermo non è più il viale del tramonto delle star del cinema), allora l’attuale banalità e ripetitività dei contenuti televisivi non rischia alla lunga di danneggiare anche la qualità del nostro cinema? Forse oggi la strada per un cinema migliore passa anche per un nuovo ruolo della TV come luogo in cui si sperimentano e introducono nuovi linguaggi.

 

Le tabelle sono frutto del duro lavoro di Mauro Tosca.

Fonti: per i dati italiani Audimovie, per i dati europei Euromed Audiovisual.

Volevo essere l’Academy

§ febbraio 26th, 2012 § Filed under Cinema § Tagged , , , , § No Comments

Il Guardian ha pubblicato un bell’articolo con le previsioni di chi vincerà l’Oscar 2012 e le opinioni su chi lo meriterebbe e chi invece avrebbe dovuto essere almeno un contendente.

Dato che le liste e le classifiche mi divertono molto, copio l’idea, ma ci aggiungo anche il tifo contro: vorrei che vincesse, sarà il vincitore, purché non vinca.

 

Miglior Film:

Vorrei: The Artist

Sarà: The Artist

Purché non: Hugo Cabret

 

Miglior Attore:

Vorrei: Jean Dujardin

Sarà: Jean Dujardin

Purché non: vanno bene tutti

 

Miglior Attrice:

Vorrei: Rooney Mara

Sarà: Viola Davis

Purché non: vanno bene tutte

 

Attore non protagonista:

Vorrei: Max Von Sydow

Sarà: Jonah Hill

Purché non: vanno bene tutti

 

Attrice non protagonista:

Vorrei: Berenice Bejo

Sarà: Octavia Spencer

Purché non: Melissa McCarthy

 

Regia:

Vorrei: Terrence Malick

Sarà: Alexander Payne

Purché non: Martin Scorsese

 

Sceneggiatura originale:

Vorrei: The Artist

Sarà: The Artist

Purché non: Midnight in Paris e Bridesmaids (Le amiche della sposa)

 

Sceneggiatura non originale:

Vorrei: Moneyball

Sarà: The Descendants (Paradiso Amaro)

Purché non: Hugo Cabret

 

Insomma, non so se si è capito, ma faccio un leggero tipo per The Artist, per l’adorabile baffetto di lui, il sorriso di lei e il loro tip tap che mi ha dato una sensazione di felicità. Il cast femminile di The Help è stato molto e giustamente applaudito in America e non ho nulla da ridire, anzi. Che invece Allen possa vincere una statuetta per quel temino scolastico che è Midnight in Paris mi pare ridicolo. Hugo Cabret non lo prendo nemmeno in considerazione nella carriera di Scorsese. Bridesmaids mi ha fatto molto meno ridere delle battute di Geppi Cucciari in tv.

Per la regia ho scelto Malick fondamentalmente perché non so scrivere il regista di The Artist.

Il post in cui faccio lo spin-off come Joey

§ febbraio 21st, 2012 § Filed under Varie e eventuali § Tagged , , , , § No Comments

Spero però che mi vada meglio del povero signor Tribbiani.

Ho creato un fratello grasso di questo blog, un posto in cui racconto quello che provo a cucinare, che mi dà soddisfazione da mangiare e che qualcuno è disposto a fotografare. Si chiama Cantarelle, da un suggerimento di Tostoini: “serve un nome dialettale di qualcosa da mangiare della tua zona che non suoni Suor Germana e che ti piaccia”.

Attenzione, sarà un blog ad alto tasso di carboidrati.

Qui si va avanti (ogni tanto) a parlare di giochi, comunicazione e un po’ di viaggi.

Libro o e-book? La lezione dei cervi

§ dicembre 12th, 2011 § Filed under Book, Education, Research § Tagged , , , , , , , , , § 5 Comments

Il 2011 è stato un anno chiave nell’equilibrio dei rapporti tra libri e e-book: a febbraio, per la prima volta, gli ebook sono diventati la categoria di libri più venduta nel mercato americano superando i tascabili. Secondo la Association of American Publishers questo sorpasso è avvenuto non a caso dopo le feste, che sono sempre un’ottima occasione per introdurre nuove tecnologie e nuove abitudini di consumo grazie ai regali di Natale.  Il fenomeno inoltre non riguarda solo il mercato americano: anche in UK Quercus, la casa editrice della trilogia di Larsson, ha dichiarato di attendere il 10% degli incassi nel 2011 proprio dagli ebook.

Dobbiamo quindi prepararci ad assistere al lento ma inesorabile declino dell’oggetto libro? Personalmente credo che i libri, vedendo arrivare una nuova specie nel loro regno, impareranno ad evolversi adattandosi ai mutamenti circostanti: il darwinismo non vale solo per il regno animale e vegetale, ma anche per i media. Proprio un esempio di Darwin, ovvero l’evoluzione nel tempo dei cervi maschi finalizzata alla seduzione, può aiutarci a capire un’attuale tendenza del marketing editoriale.

Come infatti i cervi maschi per aumentare l’attrattiva esercitata sulle femmine hanno dovuto sviluppare dei palchi (corna) tanto ingombanti da sembrare quasi in contrasto con la sopravvivenza individuale, così la seduzione del vecchio libro verso il suo nuovo lettore sembra affidarsi al potenziamento di un ornamento che l’ebook non può eguagliare: la copertina.

Un interessante articolo del Guardian evidenzia che quest’anno, per la prima volta, il vincitore del Booker Prize ha ringraziato la “book designer” per avere trasformato la sua storia in un bell’oggetto. Sembra che questo gesto di Julian Barnes, mettendo il book designer allo stesso livello di un editore e di un agente, abbia simbolicamente sdoganato la legittimità di giudicare un libro dalla e per la sua copertina. La tendenza sarebbe quella di prestare almeno la stessa attenzione alla forma che al contenuto? Pare di sì a giudicare dagli scaffali delle librerie anglosassoni, dove nell’ultimo anno si sono viste incisioni su legno e lino da parte della Faber per i classici della poesia, fascette dorate attorno alla nuova biografia su Dickens che rendono il libro già pronto per in Natale mentre è ancora sugli scaffali, fino ai notevoli risguardi della Persephone Books in tessuto o cotone a seconda del materiale che meglio si adatta al tema del libro; inoltre la copertina diviene sempre più un modo per suggestionare il futuro lettore sul tipo di libro che andrà a leggere, come nel caso dell’edizione inglese di 1Q84 in cui non si capisce bene se siano una o due persone quelle che ci stanno guardando.

 

Insomma, se il contenuto libro sta diventando ormai intercambiabile tra la versione cartacea e quella digitale, allora diventa ancora più importante l’oggetto libro.

Non è mia intenzione catalogare ed esaurire le differenze principali tra i due formati, ma dopo avere tenuto in mano e ammirato un Kindle, mi sono resto conto di alcuni suoi limiti, che sono poi possibilità di darwiniana sopravvivenza per i libri:

la mancanza di fisicità  l’odore  il tatto sulle pagine  il colpo d’occhio di quanto ho letto  il colpo d’occhio di quanto mi manca  la possibilità di archiviarlo nella mia libreria il senso generale di quanto ho letto finora avere il piacere di mostrare agli altri che l’ho letto, che ce l’ho  fare nascere conversazioni per il fatto che è un oggetto presente tra noi  avere un’idea delle persone a partire da quello che leggono e quello che espongono  sbirciare per pura curiosità quello che leggono gli estranei sui mezzi di trasporto  la copertina

Quindi avremo copertine così belle e materiali così gratificanti da rendere il libro digitale inutile o secondario?

Certamente no: pare infatti che come la copertina per la sua stessa presenza possa essere un asso nella manica del libro tradizionale, così per la sua stessa assenza possa fare la fortuna di particolari generi letterari: in primis il romanzo rosa.

Rouge Romance, una collana di libri che si definisce “sexier, longier and 100% more romantic” vende più di una copia su dieci in formato digitale e il trend sta crescendo. Random House, la collana che li pubblica, ha infatti scoperto che i lettori di romanzi rosa sono stati tra i primi a passare agli e-book, tanto che addirittura un lettore su sette ne ha letto almeno uno durante l’anno. Mills & Boon, un’altra casa editrice specializzata in questo genere, pubblica circa cento e-book al mese, più di quanto faccia con la stampa tradizionale, e registra tra i maggiori successi di vendite di tutto il mercato.

Perché? Perché gli e-book risparmiano a questi lettori la seccatura di dovere nascondere la copertina (che, diciamolo, nella maggior parte dei casi sono immagini imbarazzanti di donne con la permanente avvinghiate a uomini villosi in scenari improbabili) quando sulla metro si incontrano persone come me che hanno il vizio di sbirciare e di potersi godere il proprio romanzo nel più completo anonimato.

Certo, questo non è sicuramente l’unico motivo che porta al successo del formato digitale, ma come dice il direttore di Mills & Boon “ebooks are an especially good fit for erotic romance because women (and men) can buy them in the privacy of their own homes. Now, with ebook readers, our readers also can read their books in public without anyone knowing what they are reading”.

Una rapida ricerca su google immagini ci regala queste notevoli copertine della Mills&Boon, che avremo la fortuna di sbirciare sempre meno in futuro:

 

Insomma, probabilmente siamo molto orgogliosi di mostrare in giro che stiamo leggendo il vincitore dell’ultimo premio letterario e preferiamo regalare una copia accattivante se vogliamo fare colpo su qualcuno, ma abbiamo voglia di leggere anche libri meno prestigiosi, magari da scambiare di nascosto con chi condivide la stessa passione. Ed è proprio in questo confine tra l’esibizione e l’imbarazzo che il libro cartaceo e quello digitale trovano un terreno di convivenza e perfezionano la lezione dei cervi: per sedurre si ornano di palchi robusti e imponenti (size matters), ma poi sono capaci di toglierseli quando preferiscono non dare nell’occhio e godersela in santa pace.

Il post con la torta islandese al rabarbaro

§ novembre 16th, 2011 § Filed under Ricette, Viaggi § Tagged , , , , , , , , § 2 Comments

Se sei stato anche tu un bambino che non mangiava tutto, ti sei sicuramente procurato sgridate e castighi, ma soprattutto prima o poi hai pensato “quando sarò grande mangerò solo quello che decido io e saranno cotoletta e patatine tutti i giorni”. La cosa meravigliosa è che poi cresci e scopri che hai ignorato cibi meravigliosi per anni e senti di poterli mangiare compulsivamente perché devi recuperare gli arretrati.

Recentemente mi è scattata la passione per la zucca (quanti autunni di giovinezza buttati!) e soprattutto, dopo un viaggio in Islanda, anche per quello sconosciuto del rabarbaro: in quest’ultimo caso devo dire che non è propriamente un alimento frequente sulle tavole dei bambini romagnoli.

 

Un giorno, mentre ci dirigevamo al Landmannalaugar, siamo finiti in questo ristorante islandese immerso nella tipica natura incontaminata, con i tipici cavalli a zonzo, con la tipica mostra audiovisiva sui vulcani e la tipica cameriera/cassiera/bigliettaia sorridente e un po’ svampita. Arrivati al dolce, la bionda indigena ce li elenca e molto molto timidamente ci dice che, se può consigliare, lei prenderebbe *qui viene pronunciato qualcosa di incomprensibile*, perché è un dolce tipico. Ci gustiamo una specie di crostata scura con una marmellata che non riconosco, non troppo zuccherina, tutta circondata di panna. Vediamo la cameriera/cassiera/bigliettaia gironzolarci intorno, con quel modo che hanno i timidi di fare capire che vorrebbero dire qualcosa. Le ci voleva un sorriso per venirci a chiedere com’è, che ne pensiamo, perché ecco l’ha fatta lei, è proprio il vero dolce  islandese con la marmellata di rabarbaro di cui sono orgogliosi.

Io, che non aspettavo altro che di innamorarmi di un nuovo cibo, ho poi passato tutta la vacanza a mangiare ildolcedalnomeimpronunciabile che indicavo miseramente con il ditino quando lo vedevo in vetrina; alla fine in un altro piccolo paesino (si possono chiamare paesino quattro case sparse, una tavola calda, un fiumiciattolo e tanta natura?) mi sono fatto scrivere il nome sul retro di uno scontrino – Hjonabandssaela –  e ho comprato due vasetti di marmellata per rifarlo a casa.

[E meno male che l’ho fatto! Pare che in Italia la marmellata di rabarbaro  sia come il buon senso o il biondo naturale: c’è chi ce l’ha, ma non è così facile da trovare e spesso sotto si cela l’inganno. Dato che i vasetti stanno finendo, se qualcuno sa dirmi dove procurasela, suo è il regno dei cieli e anche una fetta di torta.]

Dopo varie letture online, ho provato a rifare la Hjonabandssaela, che significa dolce della felicità coniugale, ed è venuta proprio bene. La ricetta che ho seguito è un misto di quella “originale” trovata online e di aggiunte personali ispirate alla Linzer:

200g di fiocchi di avena

100g di farina 00

100g di farina 0

100g di zucchero di canna

mezzo cucchiaino di bicarbonato

un cucchiaino di lievito per dolci

125g di burro morbido

1 uovo intero

1 tuorlo

marmellata di rabarbaro (quanta ne trovate…)

 

Come si fa?

Prima ho messo in una larga ciotola tutti gli ingredienti secchi (avena, farine, zucchero, bicarbonato, lievito) e ho mescolato con le mani, perché c’era scritto così e perchè a me piace toccare gli ingredienti.

Poi ho tagliato a pezzetti il burro morbido e ho amalgamato il tutto, creando un impasto sbricioloso. Infine ho aggiunto l’uovo intero e il tuorlo con cui ho compattato tutti gli ingredienti, facendo una palla compatta.

Ho imburrato e infarinato una teglia da crostata di 22cm, ho tagliato 2 terzi della pasta e l’ho stesa lì dentro direttamente con le mani. Poi ho spalmato la marmellata di rabarbaro, leccando più e più volte il cucchiaio, e alla fine ho creato delle listarelle tipiche da crostata con la pasta rimasta. In alternativa si può anche sbriciolare sopra il rimanente impasto, tipo crumble.

Ho cotto il tutto in forno ventilato a 200gradi per circa 20 minuti: basta controllare quando la pasta diventa scura e togliere prima che si bruci.

Essendo una torta non particolarmente dolce, si accompagna molto bene alla panna o al gelato.

 

Quando la offrirete agli amici, siete liberi di chiamarla Hjonabandssaela, oppure dolce delle felicità coniugale, oppure torta al rabarbaro di Maurizio.

la ricetta in immagini

(Tren)Italia coast to coast

§ novembre 2nd, 2011 § Filed under Varie e eventuali, Viaggi § Tagged , , , , , , , , , , , , , § No Comments

Di come la curiosità, l’ostinazione e la fortuna alla fine portino il viaggiatore a destinazione.

Mettiamo il caso che uno voglia andare in treno da Rimini a Genova, anzi per l’esattezza a Camogli, per dare un colpo all’Adriatico e uno al Tirreno nei giorni di festa.

Il viaggiatore abbastanza evoluto va sul sito di Trenitalia e scopre, con sorpresa, che la soluzione consigliata dura 5ore e 23minuti, ti fa rimbalzare addirittura su Milano e soprattutto costa quasi 60€. A Milano? 60€? Per fortuna il nostro viaggiatore era già andato in Liguria e ricorda vagamente traiettorie per Voghera e Tortona. Insospettito, si agita, guarda meglio e nota il tasto “tutte le soluzioni”: qui scopre che c’è una combinazione possibile che parte un po’ prima, arriva leggermente prima, dura 5ore e 42minuti, e soprattutto costa solo circa 30€.

Trenta euro per venti minuti di differenza sembrano decisamente un affare. Il problema è che questo viaggio prevede ben due cambi: uno a Piacenza con nove minuti di tempo e un altro ad Alessandria con soli sei minuti.  Il nostro viaggiatore riflette che quei soldi sono una cena completa e buonissima da Chiapparino e decide di osare, seccato perché la soluzione largamente più conveniente non viene mostrata insieme alle altre. È un suo diritto decidere se vuole rischiare di restare bloccato per sempre in un fazzoletto di terra tra Emilia-Lombardia-Piemonte-Liguria.

Prova a prendere il biglietto online, ma bizzarramente nel menu a tendina non compare la tariffa standard, l’unica che gli servirebbe, ma solo una serie di tariffe non proprio intuitive e che non lo riguardano. L’ostinazione dilaga e il viaggiatore va a fare il biglietto in stazione nella macchinetta automatica, dove comunque sarebbe dovuto passare con il codice prenotazione perché il ticketless non vale per i treni regionali.

Acquistato il biglietto, il viaggiatore parte con il regionale per Piacenza in perfetto orario. A bordo, aiutato o sobillato dalle diavolerie tecnologiche, inizia a seguire il viaggio passo a passo con l’applicazione Pronto Treno, che lo aggiorna in tempo reale e piuttosto bene sull’arrivo e la partenza previsti, e diventa quasi un gioco in ogni stazione. Fuori bellissime immagini di foglie autunnali e nuvole leggere. Dentro una signora salta la propria fermata e ride serena, pensando che il treno fermasse anche a Sant’Ilario, stazione che al nostro viaggiatore fa sempre venire in mente De Andrè e le puttane, con tutto il rispetto per l’adorabile signora che viaggia col sorriso sulle labbra.

Il treno, occorre dirlo, spacca letteralmente il minuto a ogni stazione e si avvicina a Piacenza. Il nostro viaggiatore inizia a controllare l’altro treno che deve prendere, il Piacenza-Torino con fermata ad Alessandria, e anche quello pare puntuale. Il viaggiatore sente il messaggio “siamo in arrivo nella stazione di Piacenza, termine corsa del treno” e si alza. Tira giù la valigia e sente un secondo annuncio: “il treno prosegue per Torino e ferma a blablabla”. Un momento, è esattamente il treno con cui avrebbe il cambio. Il viaggiatore nota che la maggior parte delle persone è ancora seduta e questo è effettivamente strano per un treno al capolinea. Allora chiede lumi alla propria vicina che gli risponde: “sì, questo treno fa così: a Piacenza cambia numero,  ma non si ferma mica, prosegue per Torino”. La notizia è ottima, però al viaggiatore girano un po’ le scatole, dato che la soluzione che Trenitalia non proponeva ha in realtà un cambio solo esattamente come quella con rimbalzo a Milano, quindi tutto sommato non così scomoda! La spiegazione che si dà è questa: non esistendo più i treni interregionali, il treno sembra finire a Piacenza, ma nella pratica alcuni viaggi interregionali esistono ancora con treni che cambiano numero, che quindi sembrano treni diversi, ma sono gli stessi di una volta.

Il viaggiatore prosegue per Alessandria con lo sguardo curioso di chi viaggia sempre sulla stessa linea e all’improvviso si trova in altre stazioni, per altri paesaggi. Continua il gioco del confronto tra due treni: il suo si ferma in aperta campagna e prende ritardo, mentre il treno da Torino viaggia improvvisamente in anticipo, il maledetto. Passa un controllore, il viaggiatore prova a fermarlo per chiedere informazioni e il controllore dice che non ha tempo in quel momento e che ripasserà. Passa un’altra stazione, secondo Pronto Treno i due treni arriveranno e ripartiranno da Alessandria esattamente alla stessa ora e quindi urge parlare con il capotreno, che non ripassa.

Il viaggiatore prende la sua roba, percorre tutto il treno e lo trova seduto comodamente a parlare con un collega. Si ricorda che occorre usare pazienza e cortesia con colui che ci può dare una mano, ma che potrebbe non farlo semplicemente perché ha il potere di non farlo. Racconta che deve fare un cambio per Genova, ma forse non avrà tempo. Il controllore risponde che le coincidenze non esistono più, il viaggiatore si scusa, sorride, dice di saperlo, ma che ecco, trattandosi davvero di un minuto alle volte succede che da un treno si chiami l’altro per sapere se può aspettare e dare il tempo alla gente di salire. Il capotreno si convince, chiama e ottiene risposta affermativa: l’altro aspetterà una manciata di minuti, quel che basta. Il viaggiatore va verso la porta e viene raggiunto da un signore dall’aspetto umile e modesto che lo ringrazia, perché anche lui aveva chiesto la stessa cosa al controllore che però gli aveva fatto spallucce. Cosa si diceva di chi può non aiutarti? Si aggrega anche una ragazza, che racconta che a lei succede spesso di fare questa corsa, e che in genere il treno aspetta, perché c’è un controllore che fa lo stesso cambio per scendere a Novi. Il viaggiatore si diverte molto con questi aneddoti locali e aggiunge che secondo il sito, se si perde “la coincidenza”, c’è poi un altro modo per arrivare a Genova ed è una combinazione di autobus fino a Tortona e poi da lì in treno. Chi lo sapeva e chi no: i viaggi sono così. A quel punto passa l’interlocutore del capotreno e avverte che il treno è fermo al binario 4. Gentilissimo.

Arrivano ad Alessandria, scendono, fanno il sottopassaggio, salgono sul binario 4 ed è fatta. Il viaggiatore sale in prima classe, perché nei treni regionali, quelli veri, la prima classe non esiste, ma a volte usano treni predisposti per averla, per cui tanto vale approfittarne. Si appiccica subito col naso al finestrino per la nuova tratta e la sua curiosità viene ampiamente ripagata quando il treno ferma, se gli credete, a Frugarolo Bosco Marengo e ci sono anche persone che ne approfittano per scendere. Il passo finale è il biglietto Genova-Camogli, che è un treno in partenza dal binario 2 sotterraneo, e quando il viaggiatore aveva provato a comprarlo online, di nuovo il sito dava due cambi e non lo faceva acquistare, perché considera Genova Principe e Genova Principe Sotterranea come due stazioni separate, invece sono solo una scala mobile di differenza.

 

La morale è che il treno è partito da Rimini alle 15.53 come previsto ed è arrivato a Camogli alle 22.53 come previsto e nel complesso il viaggiatore ha fatto il coast to coast con 30€ in totale, che è poco. Il viaggiatore, però, voleva fare sapere che esiste un treno che termina la sua corsa, ma in realtà non la termina, che Principe e Principe Sotterranea sono la stessa cosa, checché se ne dica, che a volte online si trova tutto tranne la tariffa standard, che le coincidenze non esistono più, ma a volte i treni aspettano, e che nei regionali ci sono i sedili di prima classe anche quando la prima classe non esiste.

Elenco di cose imparate alle Faroe

§ agosto 30th, 2011 § Filed under Viaggi § Tagged , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , § 16 Comments

[Disclaimer: la passione per gli elenchi mi è venuta leggendo tempo fa il bellissimo libro di Erland Loe “Naif.Super” e mi sembra il caso di rispolverarla in seguito a un viaggio in alcuni paesi Scandinavi. In realtà ho scoperto sull’ottima free press islandese “The Reykjavik Grapevine” che c’è tutto un dibattito in corso se Islanda e Fær Øer facciano o no parte della Scandinavia, con un simpatico elenco di supporti e negazioni che sono certo piacerebbe a Loe].

Onestamente non avevo una chiara idea di dove e cosa fossero le Isole Faroe: possedevo solo un ricordo dall’atlante che me le metteva bene a nord e bene in mezzo a niente, e una recente notorietà per una partita di calcio.

Come a volte succede negli incontri fortunati con gli estranei, mi hanno sedotto e insegnato alcune cose che vorrei conservare:

  • Bisogna sapere cambiare idea per scoprire qualcosa di nuovo

Ci siamo trovati al porto di Klaksvik con qualche ora di attesa per prendere un traghetto e abbiamo chiesto informazioni per visitare Mykines il giorno dopo. Alle Faroe, dove il concetto di isola viene inteso nella sua purezza, ogni ufficio informazioni pare conoscere solo la propria zona e vive l’isolotto accanto come una meta esotica. Le varie chiamate ci hanno portato a scoprire che esistono solo due barche per andare e due per tornare, che non c’era più alcun posto per l’indomani, e che in giornata c’erano posti solo per andare, ma non per tornare. Poche cose accendono il desiderio quanto la scarsità e l’impedimento, per cui abbiamo capito che volevamo assolutamente andare a Mykines. Altro giro di chiamate e abbiamo scoperto che non era più possibile nemmeno dormire sull’isola, a meno che, ci informa la gentile signorina, non siamo disposti ad alloggiare in una unfinished house (sic) di un suo conoscente. Scusi, possiamo richiamarla tra qualche minuto? In quei minuti cinque persone si sono messe a disegnare sul cruscotto dell’auto uno scenario di unfinishness per capire se andare o no: il tetto è importante, il bagno pure, i materassi già meno, il resto non conta. Ci risponde che roof yes, wc yes, mattress on the floor. Allora cambiamo programma, rimandiamo il traghetto, rinunciamo alla notte già pagata, torniamo sui nostri passi, rifacciamo lo zaino, ci imbarchiamo da un diverso porto e scopriamo un’isola meravigliosa, con le nuvole che finalmente si aprono e il sole che ci mostra il mare, le rocce, i prati, gli animali, il faro, l’orizzonte.

  

  • A volte basta voltare angolo per trovare ciò che si cerca

A Mykines per imboccare la strada verso il faro occorre fare subito una grande salita, di quelle che sogni da piccolo con la neve se hai un bob o anche solo un sacchetto della spazzatura. Una volta messo in chiaro che per arrivare in fondo occorre sgobbare, si alternano tratti pianeggianti, scale e rocce a strapiombo sul nulla. Proprio ammirando il mare che batte la pietra che gli resiste, abbiamo avvistato le prime pulcinelle di mare, piccole e un po’ nascoste: è un’emozione inaspettata quando ti trovi davanti una nuova forma di vita per la prima volta e ti rendi conto di quanto noi siamo solo un esempio (ingombrante) di una varietà infinita. [Questo discorso non vale per tutta la varietà di blatte milanesi che non sono curioso di incontrare dal vivo]. Iniziamo a scrutarli da lontano, i fotografi si passano il tele, gli altri dicono che belli che sono, sommando l’immagine un po’ distante del presente alle fotografie viste prima di partire e si resta così, con i piedi ancorati all’erba e la faccia nel vuoto, a pensare ecco oggi è il giorno in cui ho visto una pulcinella di mare. Poi si cammina ancora un po’ e si volta un angolo. Lì, in un prato verdissimo, con una leggera pendenza come un trampolino appena usato, ci sono centinaia di pulcinelle che planano, atterrano, si guardano in giro. Gli cammini accanto, ti fermi tutto il tempo che vuoi e pensi ecco oggi è il giorno in cui ho camminato in mezzo a centinaia di animali che fino a ieri non avevo mai visto e che in realtà non si stavano nascondendo, si erano solo accomodati da un’altra parte.

  

  • Essere disposti a non avere il controllo aiuta a rilassarsi

Ormai ho imparato a giocare a tetris con il tempo. Posso segnarmi gli appuntamenti sulla posta elettronica e accedervi ovunque, posso farmi avvertire delle scadenze e di quello che devo fare, posso incastrare in un foglio online gli impegni miei e dei miei amici. Finisco per pensare che il tempo sia mio più di quanto sia viceversa. Poi arrivo alle Faroe e scopro che forse atterreremo, oppure no, e la cosa non è così improbabile e in tal caso andremo via nell’aeroporto più vicino, che non è nemmeno quello da cui siamo partiti, ma è in Scozia o in Norvegia: in cabina di pilotaggio fanno pari o dispari? Poi arrivo a Mykines e scopro che oggi la nave è riuscita ad attraccare, ma forse domani no, forse si resta lì, per un po’ di ore, per un giorno, per più giorni: tu lo sai dire quanto ci mette il mare a piegarsi ai nostri desideri? Devi sapere aspettare che si riparta e non prendere troppi impegni. Alla fine quando si arriva nell’unico “ristorante” e si chiede una cena per cinque e in tutta risposta la proprietaria, cuoca e cameriera apre il frigo e controlla quanti hamburger ha, non ti sorprendi nemmeno tanto e pensi che chi ha detto che volere è potere era probabilmente più un capriccioso che un saggio.

  

  • Dare fiducia degli estranei e ai marinai ti porterà lontano

Arrivi in aeroporto e cerchi la persona che immagini dovrà darti le chiavi dell’auto, ti chiama e passo a passo ti guida fuori dall’aeroporto, verso il parcheggio, verso una fila precisa, verso un’auto e dice ecco, aprila, le chiavi sono dentro, buona vacanza. Del resto, quando riconsegni l’auto, una esile ragazza ti chiede quante volte hai attraversato i tunnel a pagamento, tu rifletti, dici la cifra e lei dice quanto devi pagare: la soddisfazione non è risparmiare dei soldi, ma capire che la regola è fidarsi degli estranei. Ecco perché impari a entrare nelle case dove vedi la porta aperta per chiedere dove inizia il sentiero, o quando si avvicina un vecchio marinaio dagli occhi ancora vispi e che dell’Italia conosce Civitavecchia, gli dici marinaio, tu adesso dove andresti con questo sole splendido? E ti dirigi dove va lui a vedere il tramonto e resteresti lì per ore, ma tanto il sole sembra d’accordo, perché si sdraia incollato all’orizzonte finché gli va. Il marinaio lo aveva detto con orgoglio che quello era il suo posto preferito e che ha girato tanto ma sempre lì torna. La guida invece non diceva niente.

  

  • E se la morte può fare un po’ meno paura, allora davvero non so

Non so se mi angoscia di più la morte o i cimiteri, diciamo che già mi costa fatica scrivere entrambe le parole. Ogni volta che qui trovi un paese noti che le case si sparpagliano liberamente, come coriandoli gettati su un prato. Nessuna però si merita l’ultimo posto, quello più in basso, quello con la vista mare ininterrotta. Lì c’è la chiesa, ma anzi no, nemmeno la chiesa è l’ultima, perché dopo la chiesa c’è il cimitero ed è quello il punto più bello, accanto a cui ti viene voglia di sostare. Sarà anche che le croci sono sparpagliate come le case, come se ognuno volesse godere di una propria vista personale, anche a costo di stare un po’ storto. Non posso dire che sarei felice dell’idea di essere seppellito qui, perché sono un codardo che crede di non temere solo la vita eterna, ma penso che, se fossi seppellito qui, chi c’è ancora sarebbe meno triste a fermarsi e a passare un po’ di tempo accanto a me.

  

Per chi volesse una descrizione più dettagliata del viaggio, con spostamenti, passeggiate, nomi delle isole e dei luoghi che abbiamo visto, ho condiviso una mappa su GoogleMaps.


View Milano – Berlino – Copenaghen – Isole Faroe in a larger map

 

Quasi tutte le foto sono di Ishmael78

Il recinto sociale

§ giugno 20th, 2011 § Filed under Social Media § Tagged , , , , , , § 5 Comments

L’anno scorso ho avuto la brillante idea di mettere il mio buon vecchio Nokia in lavatrice e stranamente non è sopravvissuto: superato il lutto ho fatto il salto verso uno smartphone pensato più per connettersi che per telefonare e un po’ alla volta ho iniziato a modificare alcuni comportamenti. Ad esempio bevendo il caffè a tavola una volta sfogliavo un quotidiano o una rivista e mi aggiornavo su quello che succede nel mondo, mi soffermavo su qualche approfondimento, curiosavo nella posta dei lettori (sempre amata). Ora mi capita molto più spesso di muovermi tra le applicazioni dell’iPhone e leggere gli status su Facebook, controllare cosa condividono i miei contatti su Twitter o mettere like su Instagram.
Idealmente ho la possibilità di fare le stesse cose di prima utilizzando un diverso supporto e anzi ho davanti a me una maggiore varietà di contenuti fruibili e quindi di scelta. Di fatto, però, il modo in cui questi contenuti sono offerti, i luoghi in cui sono disponibili e le possibilità di condivisione degli stessi influenzano in modo non neutro le mie capacità di conoscerli.
Come l’esploratore che si trova in mare aperto ha bisogno di una bussola per orientarsi, cerca nel cielo punti di riferimento e controlla la rotta giusta nelle mappe di chi ha navigato prima di lui, così online noi abbiamo bisogno dei motori di ricerca per trovare quello che vogliamo, selezioniamo nei feed i nostri punti di riferimento e controlliamo sui social network quello che segnalano gli altri.

Uno dei motivi per cui mi sono appassionato a Facebook, Twitter e Friendfeed è il loro possibile utilizzo come filtro sociale delle informazioni: non riuscendo a controllare sempre tutto, faccio in modo che gli altri mi aiutino a capire cosa è rilevante con le loro selezioni condivise, lasciando il resto in secondo piano. E già potrei chiedermi: ma è vero che non riuscirei a controllare le informazioni altrimenti o piuttosto ho trovato un modo più comodo (pigro?) per riceverle e quindi mi affido a questo?
Se il mio accesso alla rete oggi parte dai social media, questo significa che i media guidati dalle relazioni hanno assunto un ruolo primario rispetto ai media guidati dai contenuti: attraverso i contatti sociali io vengo comunque a conoscenza di contenuti interessanti, ma è come se non fossero più questi ultimi a muovermi, bensì le persone che conosco, le persone che in larga misura la pensano come me, quelli che secondo qualche algoritmo potrei volere seguire.
Con quali conseguenze sulla mia capacità di conoscere davvero qualcosa di nuovo o di essere educato a diversi modi di pensare? Si potrebbe dire che anche i quotidiani e i magazine che scelgo sono quelli più affini ai miei gusti e dove in parte so cosa troverò. Una testata stampa, però, non viene fortunatamente scritta per me, non lascia che io selezioni già a monte quello che voglio, non è personalizzabile diversamente da me o da mio padre, ma prende delle decisioni che non mi considerano e che quindi possono portarmi dove non pensavo di arrivare, e soprattutto dove non sapevo di volermi spingere. Paradossalmente proprio su internet, proprio sul medium che mette allo stesso livello tutte le informazioni e le rende potenzialmente disponibili, ho il timore di perdere quello che non so di non sapere, ma che non di meno può completare il mio modo di pensare.

Le statistiche dicono che i social plugin di Facebook hanno aumentato il traffico dei siti di news: le persone vengono a conoscenza di ciò che succede dai propri contatti e poi vanno a leggere la fonte segnalata. Quando Facebook diviene il mio primo accesso all’informazione e la mia agenda è dettata dagli share e dai like, quante probabilità ho di conoscere quello che non avrei cercato? Anche perché esistono contenuti a cui più facilmente si mettono like e che più narcisisticamente si condividono e non sono necessariamente quelli che meritano la prima pagina: se pensate agli ultimi like che avete messo, sono probabilmente riservati a una bella foto di amici o a una vittoria della squadra del cuore (o del candidato politico per cui avete votato voi e molti dei vostri amici) che non alle notizie sul debito greco o sugli sbarchi a Lampedusa.
In tutto questo anche Google sta arricchendo la ricerca di una presunta “intelligenza sociale”col suo +1 button, dando la possibilità di mostrare nei risultati quello che i nostri amici hanno giudicato rilevante: comodissimo (pigro?), ma a che prezzo? Già ci suggerisce, mentre scriviamo, quello che forse vogliamo cercare in base alle ricerche degli altri, togliendoci, se ci facciamo tentare, anche la serendipity dell’errore.

Qualche giorno fa ho letto un interessante articolo del Guardian in merito all’impatto negativo che gli strumenti di personalizzazione delle informazioni online possono avere sul nostro grado di conoscenza complessiva: è come se le aziende, attraverso i loro algoritmi (espressione matematica dei loro desideri), prendessero al posto nostro delle decisioni di cui non sempre siamo consapevoli, ma che potenzialmente restringono il nostro orizzonte. L’articolo inoltre riflette sull’impatto sociale di questi tool di personalizzazione: oggi il capitale di conoscenza orientato al gruppo (“bonding”) sta avendo il sopravvento sul capitale di conoscenza che si forma quando si incontrano persone con diversi background (“bridging”) e questo può danneggiare il nostro senso del sociale, del pubblico inteso come luogo in cui affrontiamo problematiche che esulano dai nostri interessi.

È come se a un certo punto il web fosse diventato troppo esteso e confuso per le nostre capacità di orientamento, per cui sta divenendo più importante la bussola dell’esplorazione e ci vengono offerti strumenti sempre più sofisticati, personalizzati e condivisibili.

Ecco, ero lì che mettevo like su Instagram e mi sono chiesto: se quello che veniamo a conoscere non è guidato primariamente dai contenuti ma dalle relazioni, questo filtro sociale alle informazioni amplia la nostra conoscenza o al contrario la restringe in un recinto più rassicurante?
Forse, come dice in un bellissimo articolo Franzen sul New York Times, inseguire solo quello che piace è da codardi: occorre avere il coraggio di andare alla ricerca di ciò che può fare male.

Cose che ho imparato a New York

§ giugno 3rd, 2011 § Filed under Varie e eventuali, Viaggi § Tagged , , , , , , , , , § 1 Comment

New York è la città che ti sembra di avere già visto la prima volta in cui ci vai e che poi ti sembra sempre diversa ogni volta che ci torni. Questa volta la città mi ha insegnato l’importanza dello stare seduti, del gestire la FOMA, dell’osservare le facce, del fermare gli attimi, del non sottovalutare la quaglia.

 

Dello stare seduti: NY ti trasmette il senso dello spazio pubblico che è di tutti e di ciascuno e la possibilità di vivere la città, non solo nella città, ma proprio la città. Credo abbiano una tacita legge per cui è proibito costruito qualsiasi cosa senza dare la possibilità alle persone di interpretare il modo di usufruirne. Le file interminabili di panchine a Central Park, i tavolini con la scacchiera a Washington Square, le sedie vista fiume dell’Hudson Park, le strutture di ferro del Chelsea Market e soprattutto l’High Line. Cari cittadini, abbiamo un binario sopraelevato che non ci serve più, che ne facciamo? Si mantengono i binari, si aggiungono sedie, panchine, addirittura sdraio, si allestiscono spazi dedicati all’arte (come l’allestimento dei suoni di tutte le campane di NY), si crea addirittura un belvedere con una grande vetrata affacciata su un pezzo di strada: NY si lascia ammirare distrattamente. Cammini e vedi signori anziani sulla sedia a rotelle che prendono il sole, coppie di uomini che si sdraiano e si guardano un film sul mac, modelli vestiti da teschi che si fanno fotografare, ragazzi che girano un film. Ti inventi qualcosa da fare pur di esserci e stare non per forza con gli altri, ma in mezzo a loro.

High line con scheletro

 

 

Del gestire la FOMA: la mia guida speciale ai segreti della città (di cui si parlerà dopo, nell’atteso paragrafo sulla quaglia) mi ha spiegato che gli abitanti di NY soffrono di FOMA, ovvero the Fear Of Missing Out, che, sempre secondo la mia guida, è una sorta di Ballo di San Vito metropolitano. A dire il vero mi hanno raccontato anche che i newyorkesi sembrano avere tutti il problema dello sperma lento, ma insomma, questa è un’altra storia. La FOMA nasce dall’infinità di esperienze che la città ti offre e dal senso del limite di non potere fare tutto, di perdere così quel pezzo fondamentale che la settimana successiva sarà sulla bocca dei colleghi, nel brusio dei ristoranti, negli approfondimenti delle pagine dei quotidiani. Da qui nasce il dilemma: il weekend è dedicato al riposo o a recuperare tutto quello che non si è fatto in precedenza? Se ti fai la domanda hai già la FOMA. Se non te la fai, non abiti a NY. Ed è subito lunedì.

Poi certo a New York ti trovi, tu che ignori orgogliosamente la moda, a girare stupito e spaventato davanti ai vestiti di Alexander McQueen, a capire che anche uno stilista può essere un’espressione artistica del Romanticismo e a desiderare di essere lasciato e dimenticato in una sala con i vestiti bianchi e rossi dedicati alla scozia e la musica di Handel. E pensi che un po’ di FOMA saresti disposto anche ad averla, ma per favore niente sperma lento.

Senza nome

 

Dell’osservare le facce (e non solo): quando la notte chiudi gli occhi ti rendi conto di essere stanco non solo per avere camminato chilometri di strade, scale, musei, ma anche per avere fissato tutte le facce delle persone che hai incontrato. Non è solo il fatto che vedi mille individui diversi per colore, look, atteggiamento, ma è il modo apparentemente casuale con cui si associano tra di loro. Mi sono sorpreso ogni giorno a fissare genitori e figli che parevano calzini spaiati, tanto è vero che spesso mi chiedevo se non fossero in realtà frotte di baby sitter di tutte le età. Se guardo i miei amici, mi sembra di potere tirare una linea lungo tutte le cose che hanno in comune; se chiudo gli occhi vedo due donne camminare sulla Broadway e non c’è nessuna linea a me nota. Una è vestita con un tailleur e pantaloni, una ventiquattrore, e potrebbe essere appena uscita da un ufficio finanziario o dallo studio di Patty Hewes; accanto a lei cammina una donna minuta, capelli cortissimi, potrebbe essere lesbica, con zainetto su una spalla sola e vecchie converse; parlano tra di loro, ridono, si fermano a un semaforo e si battono il cinque. Non ho abbastanza fantasia per immaginarmi perché, ma me lo chiedo.

Coppia geek con vino

 

 

Del fermare gli attimi: ho vagato per NY inseguendo le foto di Sionfullana su Instagram. Ho quasi esultato quando ha caricato una foto di un posto in cui c’ero anch’io. Guardatele, io lo trovo bravissimo: utilizza solo l’iphone e alcune applicazioni per lavorare le immagini. Questo paragrafo è in realtà una scusa per scrivere da qualche parte che mi piace, anche perché ho impiegato mesi per memorizzare il suo nome.

 

Del non sottovalutare la quaglia: anche questo paragrafo è un po’ una scusa per ringraziare la mia Zagat ambulante e dialogante che mi ha portato in giro per la gastronomia della città. Oltre alla mappa di tutti i luoghi in cui abbiamo mangiato, merita una segnalazione il Fatty Crab. Già il nome ci fa simpatia. Poi è un malesiano fusion e siamo curiosi. Poi ti portano lattine di birra che sembrano succo di maiale e siamo già rapiti. Arriva l’antipasto e sono 4 uova di quaglia aperte e riempite di “cose” in una scala dal dolce al piccante: non c’è un solo sapore che assomigli al precedente e finisci con le lacrime agli occhi di dolore culinario. E non ci lasceremo mai. Di seguito condivido la mappa dei posti di NY in cui sono stato a mangiare. Prima però vi dico una cosa sulla quaglia: succede nella vita di questo uccello che un signore si avvicini per accarezzarlo, facendolo sentire a suo agio e rilassandolo ben bene, e solo allora, quando non c’è nessuna tensione, lo ammazza per evitare che la sua carne si indurisca e il nostro gusto ne risenta.

Tutto sommato è meglio la FOMA.


View Vivere e mangiare fuori a NY in a larger map

 

 

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